Il 14 aprile 1986 si spegne a Parigi Simone de Beauvoir. Nel 2026, ricorrono i quarant’anni dalla sua morte, e ci sono stati diversi interventi per celebrare, in particolare, il suo opus magnum, Il secondo sesso (1949): pensiamo, in Francia, alla recente e prestigiosa edizione Pléiade del volume, tanto e a lungo agognata da chiunque si occupasse del suo pensiero, o alla raccolta di saggi e interventi femministi a cura di Esther Demoulin e Sylvie Le Bon de Beauvoir; in Italia, pensiamo al recente libro di Paola Cattani per la collana “Donne e pensiero politico” di Carocci, alla recente ripubblicazione per gli Oscar Mondadori di diversi suoi libri (La lunga marcia, Tutti gli uomini sono mortali, Il sangue degli altri, L’invitata) e alla revisione della traduzione del Secondo sesso per il Saggiatore a cura di Annalisa Romani (il primo volume) e Anna Ceschi (il secondo). Tutto lascia intendere che Beauvoir continua a vivere tra di noi, nelle nuove edizioni e revisioni, così come nell’esperienza dei secondi sessi e nei loro tentativi di liberazione.
Nella sua postfazione all’edizione italiana del Secondo sesso, Liliana Rampello ci ricorda le vicende editoriali che stanno dietro alla prima pubblicazione del testo in italiano, avvenuta nel 1961. Nonostante Mondadori avesse già pubblicato, nel 1949, Tutti gli uomini sono mortali nella nota collana Medusa, la traduzione del Secondo sesso, già completata nel 1953, non viene pubblicata prima del decennio successivo. Si chiede persino a Gallimard di poter ridurre il testo così voluminoso – una richiesta prontamente rifiutata dall’editore francese, forse memore del percorso accidentato che il testo ha avuto con l’editore statunitense Alfred Knopf. Nel 1956 Il secondo sesso entra a far parte dell’Indice dei libri proibiti del Vaticano, il che rende ancora più complicato il processo di pubblicazione in un paese come l’Italia, dove si teme che non venderà, nonostante l’esempio francese mostri la tendenza opposta. Rampello ripercorre alcune importanti esperienze di donne impegnate politicamente negli anni Cinquanta, mostrando bene come l’esperienza del testo preceda, di fatto, la pubblicazione italiana, generando una nuova energia in chi già si muoveva in ambienti politicizzati. È così a questo testo che tiene insieme “l’impresa filosofica, pacata, e la testimonianza, veemente, di quanto accade nella realtà alle donne in carne e ossa”, come lo descrive bene Rampello, che abbiamo deciso di dedicare quest’intervista, chiedendo alle due revisore che l’hanno riletto di dialogare con noi e tra di loro su questa impresa titanica.

Lou Pinelli: Allora intanto grazie ancora per aver accettato l’invito. Ma partiamo dalle basi: come è nata l’idea di fare una revisione del Secondo sesso in particolare per novembre 2025, in preparazione forse all’anniversario della morte di Beauvoir ad aprile 2026? Per quale motivo, secondo voi, aveva senso farlo? E perché non una ritraduzione piuttosto che una revisione del testo?
Annalisa Romani: Si tratta di un testo che non era mai stato rivisto dalla prima traduzione del 1961 e l’occasione è stata indubbiamente l’anniversario della morte. Sulla scelta del perché rivederlo anziché ritradurlo non saprei rispondere, sono scelte interne alle case editrici.
LP: E secondo voi perché aveva senso fare questo tipo di operazione? Nonostante i tempi serrati, la revisione è stata un processo che per voi era importante fare su questo tipo di testo che è rimasto intoccato dal 1961 ad oggi?
AR: Sì, importantissimo! Direi che tutto il lavoro che abbiamo fatto sulla lingua, le note, l’apparato bibliografico – mi permetto qui di parlare anche a nome di Anna perché ci siamo confrontate tanto su questo punto – era teso a un nuovo invito alla lettura, a creare le condizioni di una lettura precisa, che mostrasse l’attualità rovente del libro. Quando si è molto giovani e si legge la traduzione di un saggio importante, può capitare che davanti a un passaggio poco chiaro, un’incoerenza, si dubiti di sé, anziché del libro o di chi lo ha scritto, tradotto, rivisto. Si può pensare di non capire, e chiudere il libro; mi è successo più di una volta. Ecco, mentre rivedevo quella traduzione sentivo molto la responsabilità di essere precisa. C’è stata anche molta frustrazione perché, strada facendo, ci siamo rese conto di quanto sarebbe stato bello ritradurlo, lavorare a partire dal testo francese, anziché limitarsi a rivedere la traduzione esistente.
Anna Ceschi: Per quanto riguarda me è importante sottolineare che io, a differenza di Annalisa, non sono una traduttrice, e non sono neanche una francesista. Probabilmente se avessero deciso di procedere con una ritraduzione, io non sarei stata la persona coinvolta.
Mi sento di parlare sia per me che per Annalisa nel dire che abbiamo affrontato questa opportunità con grande energia. Per me, incontrare Annalisa è stato molto entusiasmante. Tutte e due ci siamo dette fin da subito che avremmo voluto che questa revisione fosse solamente il primo passo per rimettere in moto il testo. Non avevamo in testa un obiettivo finale definito, una conclusione di questo lavoro. Avere la possibilità di andare in profondità e rimettere in moto un lavoro sulla lingua, sui concetti, sul tono di Beauvoir è stato molto bello. Questa stessa intervista, questo incontro tra di noi, fa parte anch’essa di questo moto, questo riverbero, che secondo noi Il secondo sesso dovrebbe innescare. È bello sapere che altre persone leggeranno queste nostre riflessioni in modo che questo movimento di riflessione e presa in carico del testo non si fermi.
LP: Mi piace molto questa idea di rimettere in moto il testo a distanza di tanti anni; penso sia un ottimo modo per celebrare Beauvoir a quarant’anni dalla sua morte. Avete entrambe citato il lavoro sulla lingua nel pensare a questa revisione, giustamente, e vorrei chiedervi, in merito, di ripartire invece da un sentimento negativo come la frustrazione, già evocato da Annalisa prima. Penso che ce ne sia e ce ne possa essere tanta quando si deve tradurre, o anche solo quando si deve rivedere un testo tradotto da altre persone. Io personalmente quando traduco dal francese sento tanta frustrazione proprio anche anche solo a livello sintattico, perché mi sembra che a volte, per quanto le due lingue si assomiglino, in realtà questo diventi un po’ una trappola per noi quando traduciamo. Penso in particolare al modo diverso di utilizzare la punteggiatura francese, e come la utilizza Beauvoir, che fa questi periodi lunghissimi con il punto e virgola – quella è una delle cose che per me caratterizzano un po’ il suo francese. In italiano bisogna capire se intervenire o meno, chiaramente. Mi chiedevo, dal punto di vista linguistico, su quali elementi vi siete soffermate maggiormente nella vostra revisione? Ovviamente in questo caso il margine di manovra è sicuramente minore dato che si trattava di una revisione, però qual è stata l’intenzione alla base del vostro processo di revisione?
AR: Non c’è stato il tempo, purtroppo, di fare un’analisi pretestuale, di confrontarci prima. Questo va detto. Era un testo che conoscevamo, ovviamente, però un conto è leggerlo in italiano e francese per motivi di studio o ricerca, un conto è il corpo a corpo con le pagine, il metterci materialmente le mani. Si apre una temporalità di lettura diversa, più lenta e profonda, che ti permette di vedere il libro, di entrarci in dialogo in altro modo. Così, man mano che i problemi emergevano ci consultavamo e stabilivamo i criteri, aggiornavamo il file condiviso. A quel punto ci siamo rese conto delle lacune dell’originale francese, perché l’assenza o l’incompletezza di note non erano un’incuria dell’edizione italiana ma un problema dell’originale. È importante fare una premessa: il testo è stato scritto da Simone de Beauvoir a mano, nell’arco di un anno, in un periodo in cui i saggi non erano sottoposti all’attuale critica delle fonti: le note sono quasi tutte incomplete, spesso assenti. La sua calligrafia è assai difficile da decifrare e le due dattilografe hanno fatto diversi refusi, sfuggiti anche ai correttori di bozze. Non li ricordo ovviamente tutti, ma potrei citarne due a memoria, a mo’ di esempio: “sa personne” (la sua persona) anziché “sa pensée” (il suo pensiero) e “impudence” (impudenza) al posto di “imprudence” (imprudenza). Il nostro grande vantaggio, rispetto a Mario Andreose e Roberto Cantini che hanno tradotto il libro nel 1961, è stato quello di aver potuto consultare le opere posteriori al Secondo sesso, penso in particolare a La forza delle cose, uscito in Francia nel 1963, così come il carteggio con Nelson Algren, pubblicato in Francia nel 1997 e ancora inedito in italiano; entrambi i testi contengono informazioni importanti sulla fase di redazione del Secondo sesso. Per non parlare, poi, di tutti i lavori critici, gli atti dei convegni, gli studi sul manoscritto. Sono stati una fonte preziosissima!
C’è da dire, poi, che mentre noi lavoravamo alla revisione, l’edizione Pléiade del Secondo sesso non c’era ancora; non sapevamo neppure fosse in fase di redazione. Il nostro lavoro è stato quindi, proprio come diceva Anna, un primo passo verso una lettura più precisa, più nitida. Abbiamo innanzitutto sostituito o eliminato le tracce di una lingua ormai desueta, come i pronomi soggetto di terza persona “egli”, “ella”, “esso”, “essa”, ecc. L’approccio filologico non ha impedito, tuttavia, di posizionarci e di posizionare il testo, rivolgendo al libro uno sguardo diacronico, consapevole degli apporti degli studi femministi al linguaggio: abbiamo così eliminato i suffissi alterativi, in particolare quando rivolti alle donne (“femminuccia”, “giovinetta”, ecc.). Un discorso a parte merita la scelta dei tempi verbali: nella precedente traduzione c’era il passato remoto che, come sappiamo, è il tempo del distacco psichico, della cesura con il presente, mentre nell’originale c’era una bellissima alternanza di passato prossimo e presente storico, che è stata ripristinata perché segno di un rapporto continuo, con qualcosa che effettivamente non cambia e che ci riguarda ancora.
Ci sono poi le note, che meritano un discorso a parte: eravamo molto combattute tra la voglia di completarle e quella di mostrare lo stato dell’originale, che rimandava al manoscritto. Alla fine abbiamo optato per una soluzione grafica che potesse permettere a chi legge di trovare i nostri interventi tra parentesi quadre, una sorta di apparato esterno che lascia visibile la versione precedente. Anna ha poi avuto la bella idea di aggiungere una bibliografia alla fine, che offrisse non solo i testi citati in nota ma anche quelli evocati da Beauvoir, per mostrare l’immenso corpus mobilitato per scrivere questo libro.
AC: Un altro lavoro molto interessante da fare sulle fonti sarebbe quello di capire quali testi e quali edizioni di quei testi ha letto Beauvoir all’epoca, se ha letto le edizioni originali o delle traduzioni francesi. Sarebbe un ulteriore passo verso la comprensione del contesto storico e intellettuale in cui sono arrivate a Beauvoir determinate influenze e suggestioni.
LP: Sì, nella mia limitatissima esperienza in riferimento a Woolf in particolare, lei cita sempre le traduzioni per ovvi motivi, ma è proprio evidente che per quanto dichiari con orgoglio di aver letto sempre Virginia Woolf in inglese in un’intervista negli anni Sessanta, poi è chiaro che chiaramente lei lavora col testo francese: in particolare, nelle citazioni che lei prende da Le onde, nella traduzione lirica e piuttosto libera di Marguerite Yourcenar, Beauvoir cita secondo la sintassi di Yourcenar più che secondo quella di Woolf. Questo secondo me è un po’ indicativo del fatto che lei tendenzialmente, per quanto magari fosse già a conoscenza della versione originale, poi nel Secondo sesso basa la sua discussione sul francese. Quindi sospetto che siano un po’ sempre in traduzione questi testi. Poi non so quanto possiamo applicare questa cosa specifica di Woolf a altri autori e testi. Nella mia esperienza è stato un po’ così per il Secondo sesso.
AC: Non so se questo valga anche per i testi più tecnici di psicologia – forse quelli erano disponibili solo in altre lingue, non so se fossero tradotti in francese. Sarebbe interessante verificare per comprendere la maniera attraverso la quale Beauvoir accede a quelle riflessioni.
LP: Sì, assolutamente, e peraltro le pratiche citazionali di Beauvoir sono affascinanti: io ho lavorato solo sul lato Woolf e Mansfield, ma una volta che entri in quell’ambito, ti rendi conto che sarebbe un progetto a sé stante. Perché è proprio un modo diverso, come diceva Annalisa prima: non c’era questo rigore accademico (o pseudo-accademico) che viene richiesto ora alla saggistica; si trattava più di scrivere i propri pensieri, aggiungendo magari “penso a Montaigne che dice questa cosa” senza davvero verificare la fonte, no?
AC: Nella sezione “La donna indipendente” abbiamo addirittura trovato una nota in cui Beauvoir ammette di non ricordare il nome dell’autrice del romanzo Numéro 17, aggiungendo candidamente che in ogni caso non le sembra urgente riparare a questa dimenticanza. Immaginarla mentre scrive una cosa del genere in un libro che poi ha avuto questo tipo di impatto e di importanza ci restituisce un certo tipo di libertà e genuinità nel processo di produzione di pensiero filosofico.
LP: Direi che viste le ottocento pagine piene di citazioni possiamo perdonarglielo, però è sicuramente un aneddoto divertente questo.
Ma tornando alla questione della lingua francese, mi chiedevo, e mi rivolgo anche ad Annalisa che ha più esperienza sulla traduzione dal francese, c’è stato un aspetto tipico della lingua di Beauvoir che secondo voi è stato perso nella traduzione? Prima Annalisa parlava della perdita del passato prossimo e dell’imperfetto in favore del passato remoto, così come di differenze nei manoscritti e nei dattiloscritti. Come è stato questo processo di restauro, per così dire, della voce di Beauvoir nel testo?
AR: La traduzione italiana alzava un po’ il registro spostando gli aggettivi, creando assonanze, quando invece il testo originale non aveva questo lirismo, quindi ho cercato di riportare il testo a questa sua forma iniziale.
LP: È anche un po’ la spolverata di cui parlavate all’inizio dell’intervista, no?
AR: Sì, esattamente. Anche un atto di responsabilità di chi interviene, posizionandosi e posizionando il testo: quelli che oggi, a differenza degli anni Quaranta, sono considerati stereotipi di genere, razza e classe, e che sono la conseguenza – non la causa, ricordiamolo – dei rapporti di forza in atto, non possono figurare in un testo che descrive quei rapporti di forza. È in fondo anche il motivo per cui si interviene a distanza di tempo: mostrare l’attualità di una determinata voce alla luce dei cambiamenti della lingua e questo secondo me è imprescindibile dalle riflessioni degli studi e dei movimenti femministi.
AC: Mi viene in mente come esempio concreto il lessico che riguarda i vari stadi della crescita, quindi tutti i modi di appellarsi alla bambina, alla ragazzina, all’adolescente e alla preadolescente. Abbiamo cercato di evitare quel tono un po’ paternalistico che termini come ragazzina porta con sé e di porre molta attenzione sull’importante distinzione tra bambina, preadolescente e adolescente che si era un po’ persa nella traduzione italiana, generando della confusione anche potenzialmente controversa.
In termini più generali, mi sembra importante la questione di come guardare i testi del passato e farli nostri senza giudicarli attraverso le categorie del presente. Beauvoir è stata anche molto criticata, anche perché ha effettivamente fatto delle affermazioni controverse, molto faticose da digerire, dalla nostra prospettiva contemporanea. Allo stesso tempo, metterci una croce sopra così e dire “questa persona e il suo contributo non valgono niente” mi sembra faticoso. Qui si apre un discorso molto complesso che, per come la penso io, non deve mai sminuire la sensibilità di ognuna di noi e della dimensione anche solo puramente emotiva con cui ci si approccia a qualsiasi prodotto culturale.
Sicuramente tutti i ragionamenti su quello che Beauvoir non ha fatto, non ha detto, non ha fatto abbastanza bene o non ha detto abbastanza bene sono assolutamente validi e ci aiutano a comprendere ancora di più e a contestualizzare il suo contributo anche come figura pubblica. Allo stesso tempo, penso sia molto importante riconoscere che in alcuni momenti storici particolari sia stata fatta una lettura de Il secondo sesso a tratti urgenti, a partire da una prospettiva di pragmatismo legata al dibattito e alle pratiche politiche di quei tempi, che ha schiacciato il testo in una posizione monolitica che a volte non rende giustizia alla sua complessità. Perché poi è un testo incredibile, lunghissimo, profondissimo, con tantissime verticalità e ci si può andare dentro in tantissimi modi. Penso che ogni lettrice e ogni lettore possa immergersi portando un pezzo di sé. Della polifonia di letture diverse che il testo stimola ci dicono qualcosa le almeno 20.000 lettere che Beauvoir ha ricevuto da lettrici ordinarie su cui studiose come Marine Rouch stanno lavorando.
LP: Sì, assolutamente. Non è un caso peraltro che in Italia Beauvoir venga presa un po’ come contraltare rispetto al femminismo della differenza nostrano, no? Viene spesso usata per dire quello che alcune femministe della differenza non vogliono fare, specialmente quando riducono Beauvoir a una pensatrice della parità – una concezione sicuramente erronea e dettata, come dici tu, Anna, da questo pragmatismo e da una sensibilità che cambia nel tempo. In tempi recenti c’è stata anche una deriva un po’ transfobica, come sappiamo, nel pensiero di alcune femministe della differenza, e anche in questo senso Beauvoir diventa un bersaglio facile, con il famoso detto “donna non si nasce, lo si diventa”. Nel pensiero di Beauvoir, come in quello di altre filosofe femministe, “donna” si apre a una pluralità di significati che oggi effettivamente ha, ancora di più, forse, di un tempo, ma questa pluralità a volte viene utilizzata come uno strumento contro l’attualità di Beauvoir, per così dire, pensando che questa sua frase supporti per esempio le donne trans, anche se Beauvoir non le cita mai davvero nel testo e non pare volersi occupare di alcune soggettività – ricordiamo che, al di là di classificazioni più complesse, le prime operazioni di conferma del genere avvengono negli anni Venti e Trenta in Germania, come testimoniano le vite e i corpi di Lili Elbe e Dora Richter, ma Beauvoir non si interessa alla questione, per motivi che non conosciamo.
AR: Questo aspetto è importante, e anche qui può risiedere la bellezza e la potenza di far uscire nuovamente questo testo, oggi, se si guarda al suo spirito anziché alla sua lettera. È un pensiero che rifiuta qualsiasi forma di essenzialismo. Penso a un passaggio che forse adesso è un po’ desueto, quando afferma che le donne non dicono “noi”: oggi le donne hanno detto “noi”, però nel frattempo sono emerse altre soggettività politiche che hanno detto “noi”, rivendicando diritti e spazi all’interno dei movimenti, che oggi sono definiti, appunto, transfemministi… Nell’attuale congiuntura politica, in cui le destre tendono come sempre a imporre la realtà come dato e non come costrutto, può essere importantissimo far riuscire e rileggere Beauvoir per riaffermare ancora e ancora che i rapporti di sesso sono sociali, non biologici.
LP: Assolutamente. La questione del “noi” è molto contestata, ovviamente, da tante storiche che leggevano Il secondo sesso e si meravigliavano di quella frase. Bastava andare anche solo a vent’anni prima e ce n’erano di donne che dicevano “noi”; ma in generale, ci sono sempre state in qualche modo delle donne che dicevano “noi”. Com’è possibile che Beauvoir dica una cosa del genere? Poi chiaramente c’era anche un intento polemico da parte sua, se non addirittura il desiderio di generare quasi uno scandalo nei toni che utilizza – è indubbiamente un’affermazione provocatoria e sappiamo bene che tipo di ricezione ha avuto da parte dei maschi francesi in particolare, come François Mauriac e Albert Camus.
Per quanto riguarda invece la traduzione di Roberto Cantini e Mario Andreose, che sono appunto i due traduttori italiani storici, io in particolare volevo rievocare la questione della traduzione inglese che è diventata famosissima in tutto il mondo, anche perché poi ovviamente è quella che ha traghettato Il secondo sesso al di là dell’Atlantico in particolar modo. Ricordiamo che è negli Stati Uniti che sono fioriti gli studi su Beauvoir, paradossalmente più che in Francia a volte, nonostante le femministe statunitensi la ritenessero una “zia molto lontana” più che una madre del pensiero. È H. M. Parshley, uno zoologo, che traduce il saggio pensando che sia un libro sul sesso, peraltro avendo ricevuto delle direttive molto precise dalla casa editrice, che sperava di renderlo più popolare e meno filosofico, chiedendo costanti tagli, sintesi e rimaneggiamenti. Studi recenti hanno evidenziato, tramite un’analisi dei materiali d’archivio, che Parshley non era l’unico responsabile di questo processo traduttivo problematico, sia perché non aveva accesso ad alcuni volumi di filosofia tradotti sia perché appunto c’erano degli editori che gli imponevano determinate decisioni. Fatto sta, e penso rimanga vero, che comunque Parshley porta parte del suo “sesso” – o del suo genere, diremmo oggi – all’interno della traduzione. Secondo voi ci sono state delle forme simili o paragonabili in qualche modo nella traduzione italiana? Ci sono stati degli elementi che vi hanno colpite o sorprese o magari invece vi siete stupite del fatto che fosse già un ottimo testo?
AR: Non ho letto quella prima traduzione inglese, ma da quello che ho potuto leggere negli articoli di Constance Borde e Sheila Malovany-Chevallier, le autrici della seconda traduzione inglese, quella versione effettuava molti tagli, in corrispondenza delle parti più filosofiche e riassumeva liberamente il pensiero di Beauvoir su indicazione dell’editore, che ha fatto un’operazione molto mirata a semplificare l’originale per renderlo un testo di grande divulgazione. Io ho lavorato sul primo volume, e mi sono resa conto subito che il testo invece era rispettato e non era presente nessun tipo di taglio.
AC: A me è capitato di individuare tagli di interi paragrafi. Mi sembrava coincidessero con momenti in cui Beauvoir riporta estesamente degli esempi specifici. Tre o quattro righe di testo tagliate, due o tre volte al massimo.
LP: Comunque niente in confronto alla traduzione inglese, dove i tagli erano del 10% e peraltro molto spesso erano i riferimenti alle donne e alle autrici a essere tagliati.
AC: Sì, anch’io la penso come Annalisa. Sarebbe un discorso un po’ rigido, ideologico. Quello di cui abbiamo parlato anche io e Annalisa era la questione del sesso-genere. Siamo tornate appunto al lessico di Beauvoir, che era una cosa importante da fare.
LP: Su questa questione, Beauvoir parla sempre di sesso perché è totalmente estranea alle vicissitudini della parola “genere”, che interessano piuttosto il contesto accademico angloamericano e statunitense nello specifico – non a caso, il titolo è Il secondo sesso. Molte studiose sono concordi nel sottolineare peraltro che anche la reinterpretazione postuma di Beauvoir come pensatrice del genere è problematica, proprio perché questo modo di distinguere i due piani le è estraneo dal punto di vista filosofico. E sappiamo peraltro che in Francia “genre” si diffonde soprattutto a partire dagli anni Duemila, quando è stato importato dal contesto angloamericano. Voi avete mantenuto sempre sesso o avete aggiunto genere, in alcuni casi, nel tentativo di svecchiare?
AR: Abbiamo tenuto sempre la parola “sesso”, anche quando nel testo italiano già dalla prima pagina la parola veniva sinonimizzata con “genere”, e non saprei dirti se sia stato a causa della prima traduzione o di qualche rilettura intermedia. La distinzione ovviamente in Beauvoir esiste, ma è presente in altri termini, come per esempio la parola “femme”, che Beauvoir scrive spesso senza articolo, quando intende il costrutto sociale (“On ne naît pas femme : on le devient”) e che in francese significa anche moglie. In questo, devo dire, un’altra fonte preziosa durante il lavoro sono stati gli scritti di Constance Borde e Sheila Malovany-Chevallier, che nel 2009 hanno ritradotto il testo in inglese. I quaderni di chi traduce sono una fonte inestimabile per l’interpretazione di un libro, e confrontarsi con le loro riflessioni ha permesso di accedere a un tesoro che i tempi serrati di una revisione non ci avrebbero permesso di produrre.
LP: È bello che nasca un dialogo transnazionale su un testo così ricco e denso; penso sia fondamentale e che sia anche un bel regalo per Beauvoir. Ma tornando sulle difficoltà che questo processo ha inevitabilmente portato con sé, mi chiedevo quali fossero state per voi le maggiori difficoltà nella revisione: se ci sia stato più bisogno di intervenire magari sul lessico specialistico o se questo invece per voi abbia rappresentato una grande difficoltà – penso per esempio alla biologia o alla psicanalisi o al materialismo storico, a seconda poi ovviamente dei vostri profili, che penso siano più orientati sul filosofico che sul linguaggio scientifico. Oppure ancora ci sono state delle difficoltà più a livello sintattico, come si diceva prima, o invece la difficoltà è stata proprio scegliere se e quanto intervenire in alcune situazioni?
AC: Tra me e Annalisa la portata del nostro intervento è stato un grosso tema, sia da un punto di vista più strettamente pratico che sul piano emotivo, su cui abbiamo continuato ad aggiornarci a vicenda per tutta la durata del lavoro. Come resistere a certe tentazioni? Come mantenere una certa coerenza e continuità? Come destreggiarsi tra i dilemmi tecnici e politici che riguardano l’intervento su un testo del genere? Sulla questione del lessico filosofico avevamo le antenne ben drizzate. È stato importante per noi cercare di rispettare l’apparato lessicale esistenzialista, su cui le edizioni italiane dei testi di Sartre sono molto rigorose. Allo stesso tempo si è trattato di provare a restituire il tono di Beauvoir e la sua fluidità, anche ripristinando quella dimensione in alcuni casi un po’ sbrigativa, informale, propria della scrittura di Beauvoir.
AR: Sì, sono d’accordo. Molte opere nel frattempo sono state tradotte in italiano: per esempio, Le strutture elementari della parentela di Claude Lévi-Strauss. Beauvoir ne cita il manoscritto e quindi per noi è stato anche più facile vedere quei termini come erano stati tradotti nell’edizione italiana. Ricordo per esempio “fatticità”, “esistente” che hanno una loro rilevanza filosofica, e che la precedente traduzione sinonimizzava invece con “contingenza”, “vivente”. In quel caso è stato riportato “fatticità”, “esistente”.
AC: Un’altra questione è stata quella di rispettare e ripristinare gli errori e le disattenzioni di Beauvoir. Ogni tanto fa confusione sui titoli, citando in maniere diverse alcune delle opere a cui si riferisce, per esempio. E in questo caso di nuovo, tornando alla questione dell’approccio alle fonti, Beauvoir sembra avere un rapporto personale con i testi, li tratta un po’ come vuole, come le serve. Lo strumento delle parentesi quadre, che indicano le note di revisione, ci ha consentito di mantenere l’aderenza alla scrittura originale di Beauvoir e allo stesso tempo fornire indicazioni più precise per le lettrici.
LP: Trovo che questa aggiunta delle parentesi quadre sia uno strumento molto utile per chi legge oggi un testo del genere. E parlando appunto di dialogo, finora abbiamo parlato più del dialogo con i due traduttori, però questa revisione è stata un lavoro a due, anche se in qualche modo vi siete divise i due tomi in maniera abbastanza strategica. Mi chiedevo se ci fosse stato un dialogo, anche solo informale, tra di voi, se ci sia stato magari un glossario che avete deciso di stabilire insieme o se invece il glossario si sia messo insieme da solo perché entrambe partivate da ottime conoscenze relative a Beauvoir.
AC: No, c’è stato. C’è stato molto dialogo. Un dialogo femminista, un dialogo di cura. Per me è stato fondamentale avere Annalisa accanto in quel momento, è stato davvero molto forte.
AR: Anche tu lo sei stata per me. Ci sentivamo quasi quotidianamente via Whatapp, anche in un agosto caldissimo e ci aggiornavamo dalle diverse città in cui il testo ci ha portate: da Parigi per consultare il manoscritto, a Roma per i riscontri bibliografici alla Nazionale… è nata un’amicizia pur senza esserci mai viste di persona. E sarà il testo a farci incontrare per la prima volta, perché ne parleremo insieme all’interno dello spazio dedicato alla traduzione, curato da Ilide Carmignani, l’Autore Invisibile, al Salone del libro di Torino. Ne parleremo con Elena Battista e Vera Gheno.
AC: È stato uno spazio di dialogo molto sicuro, un fluire di tanta energia bella e arricchente. Soprattutto per me, che non avevo mai fatto un lavoro di questo tipo, è stata questione di affidarmi. Poi sì da un punto di vista pratico, il glossario è stato effettivamente creato; sono emerse molte questioni su cui ci siamo confrontate; abbiamo condiviso diversi documenti in cui dialogavamo per iscritto, scambiandoci pensieri e impressioni. Al di là del lavoro sul testo, è stata proprio una condivisione di intenti, ci siamo riconosciute nella volontà di proteggere e valorizzare questo testo che ci ha dato tanto.
AR: Sono d’accordo.
LP: Sì, è nata una collaborazione e un’amicizia, oltre che un rapporto di cura reciproca. Una curiosità: voi vi conoscevate già prima di questa collaborazione?
AC: Io l’avevo sentita parlare nel 2025 al Festival di letteratura working class di GKN.
LP: Ah ecco, quindi è stata l’occasione per lavorare insieme e conoscervi meglio. E se aveste avuto più tempo, come lo avreste passato? Mi pare di capire che forse la prima cosa più urgente sarebbe stata una rilettura a due di tutto il testo. Ci sono altre cose che avreste voluto fare se aveste avuto tutto il tempo di cui avevate bisogno? Si sa che in queste cose, poi, non c’è mai il tempo di cui si ha bisogno: è sempre un disperato tentativo di lanciarsi verso la fine, ma la fine è sempre più in là. Però se aveste avuto più tempo, come avreste passato questo tempo?
AR: Avrei voluto cimentarmi in una ritraduzione.
AC: Sì, sarebbe stato bello avere lo spazio per spiegare il tipo di lavoro che abbiamo portato avanti: una nota di revisione come strumento introduttivo, con l’obiettivo di stimolare ulteriori riflessioni, esigenze e desideri legati a un testo che vorremmo continuasse a essere considerato un cantiere aperto.
LP: Mi piace molto l’idea del Secondo sesso come cantiere aperto. E parlando di questo aspetto che sollevavi, se vi fosse stato concesso dello spazio all’interno del volume, se aveste avuto modo di scrivere una un’introduzione – una nuova introduzione che non sia quella tradotta di Julia Kristeva già presente nell’edizione italiana – o anche solo una nota delle revisore, chiamiamola così, su che cosa vi sareste soffermate? Che tipo di testo avreste in mente?
AR: Credo che la scrittura di un’introduzione al Secondo sesso sia un ruolo che spetti a chi ha studiato Beauvoir in modo più approfondito, prodotto pensiero, un pensiero originale, e abbia anche contribuito ai movimenti delle donne con una storia politica. Ma se mi fossi cimentata in una ritraduzione di questo testo avrei volentieri scritto una nota di traduzione, per indicare a chi non legge il francese le scelte fatte.
AC: O quelle che non abbiamo fatto o che ci sarebbero ancora da fare.
AR: Già, anche quello, sì.
LP: Peraltro tu Annalisa hai avuto anche il modo di fare un arpentage sul Secondo sesso. In un’intervista che ti ha fatto Giusi Palomba su Jacobin Italia racconti di questi laboratori di auto-formazione popolare che nascono alla fine del Diciannovesimo secolo nelle fabbriche francesi, dove “gli operai mettevano al centro un testo, strappavano le pagine dividendosi i capitoli tra le persone presenti e, dopo un momento di lettura in proprio, ma in un tempo e uno spazio condivisi, restituivano a turno il contenuto del proprio capitolo o paragrafo alle altre persone presenti”. Ti va di condividere qualcosa dell’esperienza specifica dell’arpentage del Secondo sesso?
AR: Sì, questo libro ha inaugurato una pratica in veste da animatrice, e in quell’occasione abbiamo riflettuto anche sul paratesto, sulla traduzione, si è aperto uno spazio critico estremamente interessante: c’era una biologa stupita delle affermazioni così precise di Beauvoir, che non poteva disporre degli attuali studi e scoperte sul DNA. Le ragazze presenti avevano il libro ma non lo avevano mai letto. Mi sono ricordata che la lettura, in particolare dei saggi, non è un atto incondizionato, e se non hai una motivazione forte, un esame, ragioni di studio o ricerca, è molto difficile leggersi un saggio di 900 pagine.
LP: Sì, l’arpentage peraltro è interessantissimo e devo dire che io non lo conoscevo, prima di leggere il tuo post al riguardo e la bellissima intervista su Jacobin. Tu ti eri già imbattuta, quindi, in questo processo a Marsiglia?
AR: Ne avevo sperimentato la portata didattica più di dieci anni fa, quando insegnavo in un liceo professionale a Parigi. Mi sono poi imbattuta a Marsiglia, nei suoi usi più militanti. Era il 2020 e stavo rivedendo la traduzione di Difendersi di Elsa Dorlin. Avevo proposto quel libro a Fandango nel 2017 perché lo avevo trovato di una forza dirompente e qualche mese dopo, quando mi sono trasferita a Marsiglia, ho notato come avesse influenzato il lessico perché tutti i collettivi avevano adottato il campo lessicale dell’autodifesa. Solo per fare un esempio: i corsi di lingua francese per persone provenienti da contesti migratori hanno iniziato a chiamarsi “corsi di autodifesa linguistica”. Stavo appunto rivedendo la traduzione quando ho visto passare un annuncio di un corso di autodifesa preceduto da un arpentage di Se défendre. In quell’occasione ho visto quanto un libro possa essere propedeutico a un’azione, ma anche quanto una lettura condivisa possa far circolare micropratiche, pensieri, esperienze, creare legami.
LP: È davvero una modalità bellissima, vorrei tantissimo partecipare a un arpentage. Ma cambiando argomento, si dice spesso che chi traduce viene invisibilizzato nella filiera editoriale e nella ricezione del testo; a maggior ragione potremmo dire che chi rivede quella traduzione è ancora più invisibilizzata. Voi come vi siete sentite in quanto revisore del testo?
AR: L’invisibilizzazione di chi traduce non è purtroppo una distrazione, è insita nel funzionamento del campo editoriale, soprattutto per chi traduce da lingue dominanti, come l’inglese e il francese. Pascale Casanova lo ha mostrato benissimo nei suoi scritti: il prestigio di un’autrice o un autore di successo non è sempre corrispondente al suo talento o al valore dell’opera, ma al prestigio dato dalla lingua in cui si scrive. Fa innumerevoli esempi di autori che hanno avuto successo solo dopo essere stati tradotti o essersi autotradotti nelle lingue dominanti (Milan Kundera, Salman Rushdie, ecc.). Un autore o un’autrice inglese o francese hanno più valore di chi scrive in italiano e di conseguenza si deve vendere l’illusione che si incontri direttamente la loro opera, non una loro interpretazione.
LP: Assolutamente. Arriviamo dunque alle ultime due domande – vi ringrazio intanto per la pazienza e per il vostro tempo. La prima è legata a quanto abbiamo già detto sul fare insieme, ma diciamo più da un punto di vista ricettivo. Oltre a darvi l’opportunità di rileggere Beauvoir, il processo di revisione vi ha insegnato qualcosa nello specifico? Vi ha fatto notare delle cose anche solo del testo che prima notavate meno? Penso anche, se questo risuona con la vostra esperienza, a una potenziale lezione più ampia che può avervi dato questa esperienza – o anche il fatto che non vi abbia assolutamente nulla, non lo so, ditemi voi.
AC: Come dicevo, è stata per me la prima volta che ho avuto la possibilità di approcciarmi in questo modo a un testo. Ha significato entrare in una dimensione di relazione diversa da quella a cui sono abituata nel mio lavoro di ricerca nella quale ci si prende cura di ogni singola parola, ci si mette al servizio del testo scritto da un’altra persona.
AR: È stata la mia prima revisione di una traduzione altrui e mi sono resa conto di quanto sia difficile ascoltare non solo il libro, come cerco di fare da diversi anni, ma l’interpretazione di un’altra persona. Da traduttrice avevo la tendenza un po’ baldanzosa e tronfia di imporre la mia traduzione, quando in realtà si tratta di ascoltare, immaginare prima le ragioni di un’altra persona e di intervenire solo quando strettamente necessario.
LP: Un’ultimissima domanda: quali sono gli elementi di attualità del Secondo sesso, al di là appunto della traduzione? E quali sono invece gli elementi che magari ci fanno un po’ storcere il naso oggi in quanto persone femministe o all’interno di movimenti o in generale persone che leggono e studiano i femminismi?
AC: Per sottolineare ancora una volta il legame emotivo che ho con questo testo – uno dei primi, se non il primo testo femminista che ho fatto mio durante gli anni universitari – ciò che continua a colpirmi de Il secondo sesso è quello che mi colpì già allora, cioè la capacità di Beauvoir di mantenere la complessità della relazione tra lo strutturale, il piano collettivo, e l’esistenziale, la dimensione fenomenologica. Quando l’ho letto per la prima volta, ho avuto la sensazione che qualcunə mi stesse finalmente vedendo nella mia intimità e, allo stesso tempo, mi venissero forniti gli strumenti per collocarmi nel mondo che stavo vivendo, in relazione alle altre persone socializzate come donne e alla somiglianza delle nostre esperienze. Una sensazione molto forte. Come allora, continuo a rimanere molto colpita dalla parte dedicata all’educazione della ragazza, soprattutto per la descrizione di alcune restrizioni legate alla libertà di movimento, all’occupazione dello spazio, all’espressione della propria fisicità. Beauvoir mostra come le bambine siano educate fin da piccole a movimenti ripetitivi che coinvolgono solo alcune parti del corpo, sia nel gioco che nei gesti quotidiani, insegnando loro a occupare lo spazio in modo controllato, a concentrarsi sul dettaglio e sulla precisione, senza poter lasciare andare spontaneamente il proprio corpo. Così impariamo subito come “sezionare”, a separare le parti dall’insieme. Il modo in cui Beauvoir racconta come la dimensione sistemica dell’oppressione patriarcale, che attraversa il simbolico, il mito, la letteratura, l’educazione, la struttura economica e istituzionale, compenetri le nostre esistenze concrete, al di fuori di uno schema semplicistico di azione e reazione, è qualcosa che continua a parlarmi profondamente. Ci restituisce l’immagine di vite che non sono rigidamente determinate, ma che si svolgono nel confronto costante con questa struttura, questo sistema, che finisce per entrare dentro di noi. Non si tratta di un rapporto lineare tra il collettivo e l’individuale, il prima e il dopo, il piccolo e il grande, ma di un intreccio che ciascuna vive, subisce, rielabora, scegliendo, reagendo, cercando di comprendere e sentire sé stesse, le altre, gli altri, il proprio passato, il futuro, le relazioni più intime, tutto. Questo, secondo me, è ancora estremamente attuale. Trovo importante sottrarsi alla dicotomia tra struttura ed esperienza e provare, invece, ad abitare quello spazio di interconnessione, ibrido e confuso, in cui, accanto al lavoro di comprensione e decostruzione, possano continuare a ribollire i nostri desideri.
LP: Bellissime parole, grazie. Vi ringrazio per il vostro tempo e il vostro lavoro.
AC: Grazie a te.
AR: Ma grazie a te.
Anna Ceschi è ricercatrice postdoc presso il Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, dove attualmente lavora sulla campagna internazionale per il salario al lavoro domestico. Ha conseguito il dottorato presso l’Università di Cambridge con una tesi sul concetto di situazione in Simone de Beauvoir.
È la voce italiana di Didier Eribon e Édouard Louis. ha tradotto anche testi di filosofia (Michel Foucault, Jacques Derrida), studi di genere (Mona Chollet, Elsa Dorlin, Michel Perrot) e letterari (Abigail Assor, Francoise Ega, Georges Navel).



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