“Arma mulieramque cano”. La riscrittura delle origini ne “Il momento” di Magda Szabó

Abstract

“Arma mulieramque cano”. Rewriting the origins in The Moment by Magda Szabó

According to Hungarian writer Magda Szabó, the escape from Troy as it is presented in Virgil’s Aeneid is intentionally illogical, especially regarding the role of Aeneas’ wife Creusa, who let go of her son’s hand in the midst of a siege and willingly steps aside so that her husband can enter into a more advantageous marriage in Italy. It is a device through which Virgil invites doubt about the truthfulness of the entire narrative. The success of the enterprise depends on the fate of Creusa’s body: if she is alive, the pious Aeneas cannot marry another woman and give Octavian and Rome the divine lineage that would legitimize their power. These are the premises of A pillanat (“The Moment,” 1990), where Szabó designs a different Aeneid, in which Creusa, by surviving and assuming the role of the protagonist, becomes a powerful warning against those who, in order to obtain prestige and consolidate their dominion, are willing to sacrifice human lives.

Therefore, according to Szabó, it is this foreign princess, whose name is often barely remembered, who leads the expedition from Troy to Latium: she is protected by an ancient goddess who dresses her in her husband’s clothes to avoid incurring the wrath of Venus, who had planned a glorious destiny for her son Aeneas. The result is an intense book, halfway between an Orlando of Antiquity and a political treatise, where behind the mythological veil, it is not difficult to perceive Hungary under the Soviet regime. This article aims to investigate the discourse on power underlying this gender substitution, particularly exploring how Szabó’s reintegration of Creusa into the legend represents an opportunity to reconstruct a counter-history of the origins of Rome and Europe, a new founding myth that also takes into account those who have not found a place in the official tradition.

L’immagine più famosa del pius Æneas, quella che ha goduto nei secoli del più grande successo rappresentativo, è senza dubbio il fermo immagine della sua fuga da Troia in fiamme, con i sacri voti dei Penati, il padre Anchise sulle spalle e il figlio Iulo per mano. “Et longe servet vestigia coniunx” (Virgilio 1989: 79) : la moglie Creusa, sola e senza bagagli, secondo le istruzioni dello stesso Enea, segue il gruppo da lontano; si smarrirà nell’assedio, ricomparendo soltanto come spirito per dare alla spedizione del marito la sua benedizione. Il quadro è suggestivo, ma non privo di incongruenze: viene da chiedersi perché sia Enea a caricarsi di ogni cosa; perché un bambino come Iulo, abbastanza piccolo da stare al collo della madre per tutta la pianificazione della fuga, viene fatto correre dietro al padre, con il rischio di rallentare l’intera operazione; perché non sia rimasto in braccio a Creusa e non sia stata quest’ultima a dare la mano ad Enea, senza perdersi in una città che conosceva benissimo.

Secondo Perkell (2021), questa disordinata coreografia della fuga non è casuale, ma indica una precisa presa di posizione valoriale da parte di Enea. È la rappresentazione dell’importanza della pietas, tra le più alte virtù per lə cittadinə romanə, generalmente descritta come senso del dovere nei confronti della patria, delle divinità e della famiglia, che nella definizione di Cicerone comprende soltanto i legami di sangue. Creusa, che fa parte della dinastia soltanto per matrimonio, non è soggetta al sacro vincolo e risulta pertanto sacrificabile, rendendo di fatto la fondazione della nuova patria appannaggio esclusivo degli uomini della famiglia.. L’ultimo discorso di Creusa da viva, in cui rimprovera ad Enea di non starsi impegnando abbastanza per garantire la sua sicurezza, costituisce per Perkell un espediente con cui Virgilio sottolinea la scelta deliberata dell’eroe di non preoccuparsi della moglie: non a caso, Creusa è l’unica, di tutto il gruppo che deve lasciare Troia, a non arrivare sana e salva alle navi, vittima di un sistema valoriale, quello che l’Impero di Ottaviano prende a modello, che la relega ai margini.

In questa caotica vicenda, Magda Szabó non riesce ad evitare di osservare come per Enea, in fondo, la perdita della legittima sposa nell’assedio rappresenti un’enorme fortuna: Creusa, nella trama, risulta indispensabile per dare alla luce Iulo e sancire così il rapporto tra Troia, la dea Venere e la dinastia Giulia, giustificando l’origine divina dell’imperatore Augusto. Allo stesso tempo, la sua assenza a Cartagine e in Italia permette all’eroe di legarsi ad altre donne senza compromettere il suo onore e, soprattutto, di diventare re dei Latini non attraverso una sanguinosa guerra di conquista, ma grazie al matrimonio con Lavinia. In questo senso, la figura di Creusa, spesso ritenuta marginale all’interno del poema, secondo Szabò costituisce invece “un catalizzatore, perché se lei non fosse perita, non ci sarebbe stata possibilità logica per dare alla fresca corona di Ottaviano il luccichio smorzato della brillantezza patinata” (Szabó 2008: 14); in altre parole, tutto l’impianto encomiastico dell’opera sarebbe stato disinnescato. Ecco che allora la principessa troiana deve essere tolta di mezzo, vittima innocente di una tirannia che non risparmia nemmeno i personaggi del mito. Nella politica culturale augustea Szabò vede un potere violento che riscrive la storia per presentarsi come benefattore usando la letteratura come legittimazione, in un contesto che non è poi così distante dall’Ungheria di Ràkosi e Kàdàr. Nasce così A pillanat (“Il momento”, 1990), dove l’Eneide viene riscritta in modo che “Creusa rimanesse viva e con la sua figura servisse come ammonimento […] che nessun mortale può essere sacrificato per giustificare l’essenza divina che qualcuno inventa per sé” (Szabó 2008: 16).

Lo scopo di Szabó è chiaro; resta da capire come renderlo compatibile con le maglie strette del mito, come calare la vendetta di Creusa in una storia che, senza il tema della predestinazione di Enea, verrebbe snaturata. Creusa dunque sopravvive a Troia, ma per farlo deve vestire i panni del marito: è lui il prescelto a cui è stato accordato di scampare alla caduta della patria, per intercessione della madre Venere. Senza la benevolenza della dea, la spedizione sarebbe compromessa dall’inizio. Grazie all’invocazione di una divinità antica e terribile, Ecchiè, Venere viene confusa e si sparge la notizia che il corpo di Creusa sia abitato, in realtà, dall’anima di Enea, costretto in sembianze femminili per sfuggire più facilmente alle spade achee. È la rivincita di chi, sulla carta, non meritava di essere salvato: Creusa, ma anche Cico, il fedele servo a cui era stata mozzata la lingua per non poter rivelare i segreti di corte, che – sostiene Venere – tra i vincitori  “non fa bella figura con quella bocca vuota e il suo gesticolare” (Szabó 2008: 49), e la vecchia balia Caieta, che ottiene l’aiuto di Ecchiè al prezzo di una spaventosa deformazione fisica, riducendosi ad uno scheletro vivente. D’altronde, la stessa Ecchiè, felice creazione di Szabò, è stata cacciata dall’Olimpo e maledetta da Zeus in persona, continuando ad esistere soltanto perché “c’è bisogno di un dio anche per coloro che non sono voluti, e che già sin dalla nascita vivono la vita come se fossero superflui” (Szabó 2008: 111).

In questo contesto in cui esistono divinità derelitte, identità che sono maschili e femminili al contempo e figure in bilico tra la vita e la morte, il mondo si scopre continuamente molto più complicato di come viene raccontato. Il corpo di Creusa/Enea, con la sua doppiezza, è l’emblema di questo scombussolamento, motore di dinamiche che di quest’ambiguità si nutrono, suscitando al contempo scandalo e desiderio e divenendo oggetto di numerose leggende. A Lavinia che chiede conto, stupita, delle discrepanze tra i racconti di Creusa/Enea e quanto descritto dalle profezie, dagli aedi e dalle voci di osteria, viene risposto che di ogni fatto esistono molte versioni, sempre abilmente oscurate dalla storia ufficiale. Non a caso, la distanza tra realtà e apparenza si rivela più marcata proprio nei templi e nei luoghi di culto, laddove cielo e terra sembrano così vicini da permettere all’umanità di scorgere i piani divini, con la Sibilla e Caronte descritti come figure meschine, pronte ad assecondare tutti i desideri di quanti li visitano pur di racimolare qualche moneta.

Al nodo essenziale che lega storia e potere non può sfuggire nemmeno Creusa/Enea, che, a seguito della fuga da Troia, le avventure per il Mediterraneo e la corona del Lazio, ottenuta grazie alle nozze con Lavinia, rientra a pieno titolo nella schiera dei vincenti. Pensare che Il momento sostituisca al modello prevaricatore dell’Enea virgiliano una forma di potere più inclusiva e giusta, intrinsecamente buona perché in mano a chi prima era oppresso, rivelerebbe una lettura un po’ ingenua del romanzo e della figura di Creusa/Enea, che dimostra in molti episodi di sapersi adattare perfettamente al mondo maschile in cui si muove; d’altronde, anche il suo personaggio, attraverso il camuffamento, diffonde di fatto una narrazione distorta della realtà, volta a perseguire i suoi obiettivi personali. E tuttavia, l’intera operazione di Szabó, che, animata dalla volontà di dissacrare e mettere in discussione la storia ufficiale, ha stravolto nientemeno che un decreto divino perché sopravvivesse, perderebbe pregnanza se Creusa/Enea si trasformasse soltanto da vittima a carnefice; se, in altre parole, si scambiasse semplicemente un potere oppressivo e mistificatorio con un altro.

Questo paradigma viene infatti messo in discussione dalla scelta finale di Creusa/Enea di rinunciare all’Italia. Assolti i doveri dettati dalle profezie e consolidata la struttura del regno, disdegna la gloria della futura Roma e torna alle rovine di Troia. Fedele alla memoria del passato, con scarso interesse per le prospettive che offre il presente, Creusa/Enea allestisce la sua ultima messa in scena (un’assunzione in cielo, in pieno stile eroico) e si fa da parte, perché spetti ad altri personaggi giudicare la sua storia: Thomas (2010) osserva come il suo ruolo nella fondazione non sia quello di conquistare o detenere il potere, di fare in prima persona, ma piuttosto quello di far essere, di porre le condizioni perché altri destini si compiano. Nella partenza, si riappacifica con Turno, che con la sua benedizione sposerà Lavinia e governerà il territorio; si tratta di una differenza notevole con l’ultimo libro dell’Eneide, in cui l’immagine del pio Enea, portatore dei valori dell’ordine in un mondo ancora dominato dal furor, viene messa in crisi dalla violenta uccisione di Turno in posa di supplice, e rappresenta un ulteriore tentativo di ribaltare i ruoli assegnati dal Fato.

E tuttavia se il vero, e Szabó non smette di ricordarcelo, è il problema centrale della letteratura, l’onestà di chi racconta risiede, ancor più che nel contenuto, nella forma che si sceglie. Significativamente, tutto Il momento, fatta eccezione per il primo e l’ultimo capitolo, si struttura come un tentativo di dialogo, un immenso monologo indirizzato di volta in volta a Lavinia, a Latino, ad Acate, a Turno. A chi ascolta Creusa/Enea non cede mai davvero la parola, sancendo l’impossibilità del romanzo di configurarsi autenticamente come una controstoria che, nella sua ricerca della verità, sia capace di tenere conto delle varie prospettive (d’altronde, fin dal sottotitolo, Creusaide, Szabó sottolinea che si tratti della testimonianza di un personaggio preciso), e tuttavia questo uditorio indirizza il procedere della narrazione, con le sue richieste e le sue obiezioni. La versione dei fatti di Creusa/Enea non viene restituita acriticamente, ma al suo interno vengono fatte riecheggiare voci differenti. Tra loro, particolarmente interessante è quella di Lavinia, futura madre fondatrice del popolo romano, che figura come l’interlocutrice privilegiata per tutti i capitoli centrali: se da un lato la principessa latina viene descritta come poco più che una bambina, ingenua e non molto raffinata, dall’altro, con la sua genuinità e i suoi valori contadini, rappresenta anche la giudice più severa del cinismo di Creusa/Enea. In questo senso, l’ascesa al trono di Lavinia, che può far tesoro dell’esperienza del popolo troiano ma che ne sa anche denunciare la spregiudicatezza, insieme alla riappacificazione con Turno, costituisce un segnale di speranza verso il futuro, la possibilità che si faccia strada una forma di potere politico meno prevaricatore, più umano.

L’impostazione dialogica del testo, infine, non crea soltanto una dialettica tra i personaggi, ma chiama in causa anche chi legge. Attraverso questo espediente, infatti, Szabó sviluppa il racconto in seconda persona, rivolgendosi direttamente al suo pubblico e chiedendogli di prendere posizione rispetto agli eventi. La ricerca della verità non può essere un’operazione passiva, in cui ci si affida docilmente a chi racconta, e la letteratura costituisce pertanto un fondamentale stimolo al pensiero e all’azione. Spiega Creusa/Enea alla principessa Lavinia: “Decidi, bambina mia, cosa scegliere, perché alla fine devi capire che di tutto quello che è successo o che ci aspetta in futuro ci saranno variazioni a seconda di chi descriverà i fatti” (Szabó 2008: 229). Szabó, con Il momento, invita a fare altrettanto.

Bibliografia primaria

Magda Szabó, Il momento (Creusaide), Milano, Anfora, 2008.

Virgilio Publio Marone, Eneide, Torino, Einaudi, 1989.

 

Bibliografia secondaria

Sylvie Bressler, L’instant. La Créüside, “Esprit”, Vol. 354, No. 5, 2009, pp. 227-229.

Lucy Jeffery, Magda Szabó: Finding Home in the Homeland in Post-1956 Hungary, “Sic: časopis za književnost, kulturu i književno prevođenje”, Vol. 11, No. 1, 2020, pp. 1-23.

Christine Perkell, Creusa and Dido revisited, “Vergilius (1959-)”, Vol. 67, 2021, pp. 117-138.

Christine Perkell, On Creusa, Dido, and the quality of victory in Virgil’s Aeneid, “Women’s Studies: An Interdisciplinary Journal”, Vol. 8., No. 1-2, 1981, pp. 201-223.

Joël Thomas, Une relecture de l’Enéide: la Créüside de Magda Szabo, “Euphrosyne”, Vol. 38, 2010, pp. 391-398.

 

Sitografia

Veronika Schandl, The Grande Dame. Magda Szabó: A Portrait, “Hungarian Literature Online (HLO)”, 2020, hlo.hu/portrait/the-grande-dame-magda-szabo-a-portrait.html (ultima consultazione: 14/05/2023).

Magda Szabó e János Háy, I Don’t Like Bearing Grudges: An Interview with Magda Szabó, “Hungarian Literature Online (HLO)”, 2007, hlo.hu/interview/i_don_t_like_bearing_grudges.html (ultima consultazione: 27/05/2023).

Apparato iconografico

Immagine 1: File:Gerard de lairesse, enea e la sibilla cumana, 1670.jpg – Wikimedia Commons


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