Teoria di unə giovane ragazzə

Tempo fa mi è capitato di imbattermi in un trend di Tiktok riguardo le ragazze e i loro hobby: l’audio usato in questi video è estratto dal podcast “Good Bro Bad Bro” (a podcast about dating and self-improvement for men, come recita la descrizione), il cui host e ideatore chiede al suo co-host quante siano le ragazze che conosce ad avere degli hobby. La clip è arrivata su Tiktok, dove in breve tempo è stata condivisa da ragazzə che in maniera più o meno ironica mostravano le loro abilità, i loro traguardi sportivi e i loro hobby – dai montaggi più seri dove alcunə scalano montagne o fanno dead-lifting a quelli più caotici dove altrə friggono hotdog per andare a sfamare procioni in vicoli bui () – andando a illuminare e comporre uno spettro di quella che è l’esperienza dellə adolescenti, chi sono oggi e come usano internet. Partendo da questo trend si potrebbero iniziare discussioni e analisi trasversali, ma non lo farò. Non voglio infatti analizzare il fenomeno specifico dei trend su Tiktok o quello dei podcast di self-help fatti da uomini per uomini; tuttavia la domanda posta nel podcast riguardo allə ragazzə e ai loro hobby mi ha fatto molto pensare. 

Il mio principale passatempo quando ero giovane – molto più giovane di adesso – era stare chiuso in camera a navigare in internet. Usare il verbo navigare in riferimento a internet suona oggi piuttosto obsoleto e fa anche sorridere, ma il me-adolescente che accedeva a internet da un laptop scassato, ne faceva esperienza proprio come un luogo virtuale da esplorare, profondo e misterioso, uno spazio astratto simile a un mare pieno di creature distanti e sconosciute. Adesso il modo di interagire con internet è più web che wide, i social media tendono e tengono le fila di persone, informazioni, trend e prodotti. Se un tempo il world wide web appariva immenso, ma non ancora densamente popolato, ora sembra essersi ristretto, ridotto a pochi principali spazi di aggregazione, tutti più o meno in superficie, gestiti e minuziosamente separati da algoritmi-reti che targettizzano l’audience. Onestamente non saprei se è ancora possibile definire internet come un passatempo, né saprei dire quale sia il tempo veramente libero.

Un passatempo è un’attività fatta con piacere, “occupazione, diversa da quella a cui si è tenuti professionalmente, alla quale ci si dedica nelle ore libere, per svago ma con impegno e passione” (Treccani). Il tempo libero ha una storia complessa, la cui origine è ricollegabile all’otium cum dignitate ereditato dall’Antichità, tuttavia quello che conosciamo oggi, il moderno tempo libero, è strettamente intrecciato all’idea di cultura di massa, emerso sulla riva del boom economico; da lì in poi l’hobby diventa momento di pausa dal lavoro, tempo che ben presto però viene targettizzato da un capitalismo che impara a farsi sempre più sociale. Nel 1964, si tiene a Milano la XIII Triennale dedicata proprio al tempo libero, al suo interno in un tentativo di indicizzarne le varie attività, vi erano sale dedicate a temi come lo sport, i viaggi, il cinema, l’intrattenimento, i balli e le vacanze. Questo tempo, che fino ad allora era relativamente lento, flessibile, malleabile, occupato da attività spesso imprecisate viene sostituito dal tempo calco­lato, previsto, ordinato, affrettato dell’efficienza e della produttività; un tempo lineare, strettamente misurato, che può essere perso, spreca­to, recuperato, guadagnato. 

In questo senso, il vero tempo libero appartiene a quei periodi della vita che si trovano intorno all’età del lavoro, ovvero l’infanzia, l’adolescenza e la vecchiaia (poi si potrebbe argomentare come non sempre sia così). Ognuna di queste ha un rapporto specifico con la macchina capitalista. L’adolescente, per esempio, benché non prenda direttamente parte alla produzione non ne è tuttavia completamente alienatə; l’adolescente è spesso il target della produzione, educatə al capitale attraverso i mezzi di diffusione della cultura di massa, il suo modo di esistere si basa sull’imparare e il consumare. Io, per esempio, tra i quattordici e i diciotto anni sono stato quasi sempre su internet a cercare musica, libri, film, immagini, a indagare tutto ciò che mi piaceva e interessava. A riguardo, il collettivo italo-francese di filosofi anarchici Tiqqun spiega come l’adolescenza sia una categoria recente, appositamente creata sulla base delle esigenze del consumo di massa. Nel loro libro “Elementi per una teoria della Jeune-Fille, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1999, viene teorizzato (o trash-teorizzato, come loro stessi affermano) il concetto di giovane-ragazza, vision machine, modello polarizzante di un capitalismo socializzato. Spiegano infatti come, all’inizio degli anni ‘20 del ‘900, il sistema capitalista intuisce di non poter continuare a esistere solo in quanto sfruttamento del lavoro e inizia a inglobare anche tutto ciò che esiste oltre la sfera della produzione in senso stretto: in questo processo di socializzazione, va a pescare tra le persone e i gruppi marginalizzati dalla società tradizionale – le donne e le persone giovani in primis (seguiti da persone queer e persone migranti). Il libro è un insieme di aforismi, citazioni e frammenti che a momenti ricordano lo shitposting, alternati a parti di teoria in cui si spiega come la giovane-ragazza rappresenti l’estensione e antropomorfizzazione del capitalismo

Nell’introduzione, Tiqqun sottolinea come la jeune-fille sia un concetto fuori dal genere, applicabile a chiunque: nel profondo, ma non troppo, di ognuno di noi siede la giovane-ragazza che orienta le nostre scelte. Tuttavia, come spiega Ariana Reines, poeta che si è occupata della traduzione del testo in inglese, “questo libro, man mano che si accumula, diventa – in alcune sezioni più che in altre – un libro sulle donne”. ​​Il trionfo della giovane-ragazza nasce dal fallimento del femminismo, recita uno degli aforismi. Per chi, come me, ha avuto il piacere e l’orrore di essere cresciutə come ragazza e, nello specifico, come ragazza che ha avuto la sua adolescenza negli anni ‘10 del 2000, si ricorderà quegli anni principalmente per l’ingresso di internet nella vita quotidiana, qualcunə già usava i primi smartphone e di conseguenza i social network, attraverso i quali accedere a comunità online. Internet mi faceva vedere che tutto quello che desideravo non era intorno a me, mi ha dato una prima spinta ad agire sulla mia realtà, a spingermi a largo per raggiungere qualcos’altro, cercare persone che mi assomigliassero – il punto di accesso era una stanza coperta di poster e fotografie di persone e posti lontani, la porta sempre chiusa. Su queste piattaforme online di condivisione ho finito col passare la maggior parte della mia adolescenza, entrando in contatto con gruppi di persone (girls and gays, per lo più) con cui condividevo le mie passioni e ossessioni, sentendomi meno solo. In questa comunità online, la musica era il collante: canzoni, cover, foto di concerti, un’intera estetica. Si trattava di un periodo magico, quello della musica indie inglese e diy e ogni giorno c’era un gruppo nuovo da ascoltare. Ero una fangirl, coləi che ama, consuma, ascolta, empatizza, si relaziona, conosce, crea. Fangirlare era il mio metodo di conoscenza – nei miei occhi di fangirl, tutto era valido e in potenza. 

Anche se il concetto di fangirl è spesso legato a un’età e a una espressione di genere specifica, credo profondamente che sia un modo disponibile a tuttə. Il primo passo da fare è prendere le distanze da una visione che toglie valore e sminuisce i modi in cui lə ragazzə giovani impiegano il loro tempo libero, si interessano, si scoprono, uguali e diversə, nella loro soggettività. Personalmente l’esperienza da fangirl nell’adolescenza mi ha mostrato un modo di relazionarsi alle immagini, ai corpi – il mio e quello di altrə – permettendomi di individuare una strada che mi ha portato ad allontanarmi dall’essere una giovane ragazza. Proprio all’interno dei fandom, ho iniziato a consumare l’unica letteratura queer a me disponibile al tempo, le fanfiction, storie spesso a puntate scritte dallə fangirl per lə fangirl su personaggi fictional e/o persone famose; in questo contesto, come moltə altrə, ho fatto esperienza del cosiddetto gay (ampio) awakening, fino ad arrivare al quesito più queer di sempre, sono attrattə da questa persona o voglio essere questa persona? 

A riguardo, di recente ho incontrato un passaggio nel libro Detransition, baby di Torrey Peters che spiega con un esempio pratico il modo di relazione fangirl. Quando una delle protagonistə Amy, a quel punto della storia all’inizio del percorso di scoperta e esplorazione della sua transness, incontra Jan, commessa trans, scatta in Amy una reazione da fangirl, qualcosa di simile all’attrazione sessuale, ma con sfumature diverse. “Qualcosa di più simile a quello che provava quando una persona famosa le passava accanto. Un desiderio senza nome verso quella persona famosa. Il richiamo astratto emanato dalle persone famose”. Questo modo di essere condizionatə e di porsi in relazione con corpi, immagini, letterature e altre rappresentazioni di corpi permette di sentire, percepire la lunghezza e la profondità dei propri desideri, di un corpo che sta cambiando – un processo continuo di divenire e di assemblaggio con le risorse materiali e discorsive che sono a portata di mano in uno spazio e un tempo particolari, e come tali risorse abilitano e/o limitano, mappando la soggettività. 

Adesso guardandomi indietro, posso apprezzare l’esperienza della mia fan-girlhood come punto di accesso al sapere, al sentire, a un tipo di conoscenza affettiva. Penso spesso al tempo ultimamente o, più che al tempo, all’idea di cronologia, una collezione di parole, immagini, sensazioni che sono tutte dentro ognunə di noi, da qualche parte, e che ci fanno essere le persone che siamo in questo momento; di come per esempio essendo queer, in qualche modo tutta la mia storia, ogni momento passato, presente e futuro è un po’ queer e di conseguenza molto queer. In una recente intervista, Avery Tucker, ormai former Girlpool – una band che dal 2013 in poi non ho mai smesso di ascoltare e che porterò per sempre nel mio cuore di fangirl – nel 2017 ha fatto coming out come uomo trans. “Posso guardare indietro alla mia storia e vedere il mio io passato come una geografia a cui mi sento onorato di aver avuto accesso. Essere cresciuto come donna mi ha dato accesso a esperienze che non avrei mai potuto veramente comprendere come uomo cis”, scrive Tucker. Prima del senso critico, prima del non-binarismo, c’era la ragazzina che chiusa in camera sua cercava di dare una misura al suo tempo, alle sue passioni, a se stessa, al suo corpo che cambiava e ai suoi desideri più profondi e segreti; una giovane ragazza, fangirl, radicata nei suoi sogni e nei suoi affetti sotterranei. Con lei, per lei e un po’ anche contro di lei mi sono ritagliato la realtà che ogni giorno cerco di vivere.

Immagini: tutte le immagini presenti sono tratte dalla serie di scatti Alone Online di Arvida Byström.

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Mino Buonincontri (1995) scrive e organizza cose queer. Fa parte di String Figures, rassegna transfemminista queer de Lo Spazio Letterario e del collettivo di djs Queer Macete.

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