Zolfo!

Come lay your head on my lap, let your hair fall back:
you’ve got to live with yourself, so baby, don’t look back
The Veils

 

Mio marito è l’uomo più buono del mondo, e per questo io sono la donna più fortunata del mondo.

Mio marito è l’uomo più buono del mondo. Ogni giorno lavora fino a sera per me e le nostre figlie: per darci tutto quello che di bello si può avere. Perciò nel televisore non abbiamo solo Netflix: abbiamo anche Amazon Prime, Disney+, Apple TV+, Mubi e Infinity. Così possiamo sempre guardare tutto quello che vogliamo.

Mio marito è l’uomo più buono del mondo. Ogni domenica andiamo insieme all’Ikea e compriamo dei pupazzi perché le nostre figlie non si sentano sole. Per il mio compleanno mi ordina tutti i vestiti che voglio. Al limite, se poi non mi stanno, facciamo il reso e ne prendo altri.

Anche ora, andando via, seguendolo con la faccia accaldata e il naso invaso di zolfo, so che l’uomo più buono del mondo è mio marito. Le mie amiche quand’ero ragazza non lo capivano: non capivano la sua incredibile capacità, e soprattutto volontà, di proteggermi in ogni circostanza. Allora studiavo Lettere e tutte le mie amiche erano più o meno impegnate in politica, più o meno femministe. Lui mi diceva: con chi eri ieri? e loro mi dicevano lascialo. Lui mi diceva: sei mia, e loro mi dicevano lascialo.

Dicevano: ti sminuisce. Era vero. Rideva delle mie scelte, diceva che anche le piante soffrono, ridevo anche io; e poi si fermava e diceva: quando saremo grandi, quando ci sposiamo, non mi farai le bistecche? Quando ci sposammo, avevo ripreso a mangiare la carne. Alla festa offrimmo un banchetto di pesce infinito, di crudi, crostacei; e poi un altro infinito banchetto di carne; e primi, e formaggi, e ogni possibile salsa; e poi la confettata, le crêpes, la fontana di cioccolato, il carretto del gelato, lo zucchero filato, il banco di sigari cubani. Al gioco delle scarpe, dopo, concordammo che io ero la più capricciosa dei due, e la più felice. Ballammo fino alle cinque e poi partimmo; e fu spiagge che sembravano neve e cocktail e ossequi, e scopate su letti che si rifacevano da soli e asciugamano che non finivano mai e piatti infiniti a ogni ora; e nient’altro che noi per settimane. Allo stesso tempo cominciavano per me le immagini. Vedevo, per strada, crollare le mura; i passanti storpiati boccheggiare un po’ d’acqua, e poi l’aria calda da allucinare. Cose di un attimo. La nave prendere fuoco, gli allarmi impazziti. Sotto un portico di Venezia immaginai di camminare sott’acqua.

Quando ho conosciuto mio marito, lui suonava in una band in città i venerdì sera. Avevo sempre fantasticato, ricordo, di un musicista. Lui e gli altri suonavano i Veils: lui era al basso. Creativo, pieno di idee: certo che mi innamoravo. Ogni mio desiderio lui lo anticipava perfino. Non lasciò più che provassi un momento di noia, di fame, di frustrazione. Mi portò quattro giorni a Vulcano. Buttai via i costumi, che non se ne andava a lavarli per giorni l’odore di zolfo.

Quando cominciammo a provare ad avere un bambino, le amiche si preoccupavano ancora di più. Non fidarti di lui fino a questo punto, dicevano, ricorda com’è: ricorda se mai potrà vederlo come un bambino, non un oggetto o un pezzo di sé. Io davo loro ragione, e lui mi prendeva sulla lavatrice. Mi insegnava a volerlo, a volere. Prenotò una cabina in crociera. Il pancione cresceva.

Quando la prima piangeva e la seconda cresceva dentro di me, mio marito mi comprava l’asciugatrice, il frullatore, il folletto. Ogni giorno portava a casa bambole e sonagli, e poi, negli anni, cucine in miniatura, tutù, culle per le bambole, piccoli trucchi. Ci portava tutte e tre a mangiare l’hamburger e la mucca gridava davanti ai miei occhi. Un uomo si alzava fra i tavoli e puntava un fucile, e sullo schermo all’angolo si annunciava una testata in arrivo in Europa, e non c’era che tempo di salutarsi e darsi una morte tranquilla. Prendevo le sorprese per le bambine al bancone, coi loro menu. Mio marito era tanto buono e ci portava fuori ogni sabato; pure se i soldi erano sempre di meno, lui in qualche modo faceva. Voleva, diceva, un maschietto. Ma già, gli dicevo, con due siamo al limite appena. Ma voleva un maschietto, diceva, e insisteva a provare, e insinuava che forse a sottrarmi dovevo avere qualche altra ragione. Diceva: m’invento qualcosa, lo sai; lo sai che qualcosa m’invento, comunque finisca, perché io per voi saprò sempre inventarmi che fare.

Mi comprò un telefono nuovo. Il ragazzo in miniera si accasciava di lato. Mio marito ci teneva che avessi di che cucinare per bene. Un giorno avevo finito il sale e andai a bussare alla vicina. Tante volte l’avevo vista e avevo presente chi era, però non ci avevo parlato finora. Mi diede un intero sacchetto di sale, mi fece sedere e mi fece un caffè, e io, vedendola stanca e poggiata al bastone, lavai le tazzine, e andai via col sale. Mio marito cenando riprese a insinuare e io gli dissi: dobbiamo parlare.

Mio marito che è l’uomo più buono del mondo ascoltò quella mia ingratitudine e tutto il mio male. Disse che tutto quello che aveva promesso era di proteggerci tutte, noi e pure il terzo, se fosse venuto; che era geloso di me perché gli importava; e che se era quel che serviva, avrebbe fatto, sì, tutto il possibile per sistemare. Sembrò un uomo nuovo, e ancora più bello di prima, e ancora più buono, e scrissi alle amiche che mi dessero il nome di un terapeuta che aiutasse le coppie. Ignorai l’ironia delle gif di spumanti che mi mandarono, mi salvai quel contatto; e poi chiamai un altro che chiedeva di meno.

Dopo alcune sedute era tutto perfetto e lui era rinato da capo. Parlava dei suoi sentimenti e ascoltava dei miei, e mi diceva: mi sono sentito come se; e diceva: sto soddisfacendo i tuoi bisogni? E io dicevo di sì, certo che sì; che se mai mi avessero detto che ci si poteva rifare così a quarant’anni, io non ci avrei mai creduto. Mio marito davvero si inventa sempre qualcosa, pensavo, e sempre se la inventerà se lo chiedo. Era ai tempi del Covid, e tutto sembrava sfiorire: noi no; e io camminando vedevo un morbo diverso diffondersi e uccidere il cento percento, e prendersi tutti, le vie abbandonate stavolta per sempre, le uova marcire sulle scansie dell’iper, e gli orsi far scorta di dolci. Il muschio mangiarsi gli infissi, il soffitto.

Col riaprire dei bar noi aprimmo la coppia. Non gli andava vedessi altri maschi, ovviamente, ma ero sempre stata un pochino curiosa. Le bambine andavano a scuola, io swipavo su Tinder le donne, mandavo gli screenshot a lui, per trovare quella che a entrambi potesse piacere. Ripresi a vedere le amiche, le invitai a casa nostra a mangiare formaggi. Regalai alle mie figlie soldatini e un pallone. Mio marito talvolta lasciò perfino che gli mettessi lo smalto alle unghie. Cominciai a raccontare la nostra storia sui social, ricevetti messaggi e commenti. Pulivo e crollavo in poltrona a scrollare, e lessi: lo zero virgola cinque percento del nostro cervello è ormai microplastica. Rimasi bloccata a guardare le crepe, a immaginarla, sentirla. Mi alzai che bruciava la torta nel forno, tirai fuori la teglia e la lasciai carbonizzata sul tavolo. Nel pensile accanto ai prodotti c’era l’antimuffa che rimandavo. La muffa si prendeva pareti e angolini, il freezer era rotto da un pezzo, c’era il filtro dell’asciugatrice da svuotare, pioveva un pochino dal tetto. I reel di geopolitica scorrevano. Mio marito mi giurava che sarebbe andato tutto bene. Che mi avrebbe sempre protetta. Che, nel caso più estremo, mi avrebbe offerto come ultima protezione il suo corpo: la sua violenza.

Adesso mi detta il suo ritmo col passo. Ho portato le mascherine per tutti. Lui apre la fila, le bambine fra noi, io tiro dritto per ultima e il fuoco alla coda degli occhi mi incide le iridi, e vedo le sterpi seccarsi. Mio marito ci guida. Non posso più amarlo, ma come potrei non essergli grata? A quest’ora potrei essere dall’altra parte del fuoco.

Ho letto che quando ti bruci e il fuoco arriva ai nervi, non senti più il dolore. Chissà quanti secondi dura per chi è sotto. Io non lo so, perché sono fortunata, e sono fortunata perché mio marito è l’uomo più buono del mondo. Loro muoiono adesso, ma io sono viva, e non sono ferita; e le mie figlie camminano; e devo fidarmi di lui, e dargli me stessa; e guardare avanti, senza voltarmi, perché se mi volto, se lascio per cinque secondi che la città infuocata mi appaia, se vedo i perduti, se penso a cosa di loro e cosa di noi ha dettato la differenza infinita che io sono qui, e loro laggiù, se mi ricordo il prezzo della mia protezione voltandomi un attimo indietro, io lo so, lo capisco benissimo, che sono fottuta.


Claudia Fantucchio ha 26 anni, vive a Padova dal 2017, blogga da allora come se fosse il 2005. Nel frattempo si è laureata in lettere; studia sociologia; fa servizio civile e la tutor per gli studenti in regime di detenzione. Insegnava ma ha smesso. Ogni tanto ricerca cose sui media. 50% luddista 50% memelady. 


 


Pubblicato

in

da

Tag:

Commenti

2 risposte a “Zolfo!”

  1. […] nei panni meno comodi di cui sopra. Due: oggi è uscito sull’Altrosessuale un mio racconto, Zolfo!, che parla di quando si ha talmente paura da ringraziare la violenza che ci regala un briciolo di […]

  2. […] il 2017), o che non ho mai realmente scritto o finito. L’unico esempio recente e concluso è Zolfo!, che fa stessa cosa ma fatta in modo già rielaborato, già di secondo grado. Ma quando ero in […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *