It’s in the trees
It’s coming
(Kate Bush, Hounds of Love)
“Ho trovato la mia metà” mormorò.
“È la brughiera. Io sono la sposa della natura”.
(Virginia Woolf, Orlando)
Per il trentesimo compleanno della creatura, la madre aveva organizzato una grande festa in suo onore.
Ci saranno tutti! disse, dai famigliari più stretti a quelli che non vedi da una vita. È un evento importante, va celebrato come merita, e vogliamo rivederti! A essere precisi, da quando era tornata a casa dei genitori, nessuno la vedeva più: si alzava alle cinque del mattino, mandava giù un succo di mirtillo, addentava una pesca noce, e tutta sbrodolata, scendeva nella valle. La invitarono al battesimo della cugina, alla laurea del fratello, all’anniversario di matrimonio dei nonni, ma lei risaliva solo quando faceva buio. Si presentava al rinfresco in ampio ritardo e si sedeva in penombra dove nessuno riusciva a metterla a fuoco: Non si sa più che faccia abbia, rispondeva sua madre agli invitati, mentre la creatura salutava e parlava con loro a debita distanza: Venite qui, non vi sento bene! urlava dall’oscurità, confermando a chiunque se lo stesse chiedendo che la voce era rimasta la stessa di quando aveva cinque, quattordici, o venticinque anni. Ma nessuno voleva addentrarsi nel buio dove risiedeva, e quando i parenti tornavano nelle loro case e i genitori si ritiravano nelle proprie stanze, la creatura si arrampicava sul tetto e restava a dormire vicino alla canna fumaria.
Al primo canto del gallo, apriva gli occhi, completamente coperta di fuliggine e cacca di uccello. Al quarto, era già sparita nella foresta, dove poteva assumere qualunque forma voleva: sinuosa come la corteccia degli alberi, invisibile come l’acqua del ruscello, umida come il terriccio del fossato. Faceva la pipì dove preferiva e si puliva con l’edera selvatica, parlava da sola e se aveva qualche dubbio chiedeva all’upupa: Scusi, signora upupa, posso vivere così? Mi è concesso? Posso restare qui con voi o sto usurpando il vostro spazio? Il fogliame copriva le sue insicurezze e ogni urgenza strisciava via insieme ai vermiciattoli. Che fosse il XIX secolo o il 2025, non ne avrebbe avuto conferma fino a quando il cellulare non ricominciava a vibrarle nella tasca.
Al che una di quelle mattine lanciò il dispositivo in mezzo allo sterco di cinghiale e non lo toccò mai più. In quel momento non esistevano superfici su cui riflettersi o pronomi a cui rispondere: sotto l’inestricabile groviglio dove si avviluppavano alberi e piante, la creatura si toglieva i vestiti, scendeva il fossato, affondava i piedi nel fango e chiudeva gli occhi, protetta dall’ombra bluastra dei rami. Sapeva di essere un’ospite e doveva riservare a quel luogo lo stesso trattamento che l’upupa, le lucertole, il ruscello, e i vermiciattoli mostravano nei suoi confronti: religioso silenzio e nessuna aspettativa.
Ma quel giorno sua madre giocò d’anticipo, e fece costruire un gigantesco recinto spinato che andava da un’estremità della valle all’altra, con ben tre pastori tedeschi a fare da guardia affinché nessuno attraversasse il varco. Gli invitati sarebbero arrivati a mezzogiorno in punto, quando la luce batteva dritta in faccia, e non c’era neanche un filo d’ombra sotto cui ripararsi. Per evitare scherzetti, fece murare il pozzo in giardino – in caso alla creatura venisse la vaga idea di tuffarcisi dentro – e le lasciò sul letto due capi da indossare: opzione A) un frac nero, con cravattino e gemelli cucito su misura, opzione B) un abito da cocktail ispirato a quello di una nota principessa di Monaco, ex-attrice morta proprio il giorno del suo compleanno: 18 settembre. La creatura guardò fuori dalla finestra sperando di trovare una soluzione, ma l’upupa era troppo lontana per sentirla chiedere aiuto.
Entrò sotto la doccia, e quando l’acqua ripulì via ogni residuo di fango dal viso, lo specchio la poneva davanti a una scelta che nessun animale della foresta le avrebbe mai chiesto di prendere. Così, si arrampicò sul tetto e restò a quattro zampe tra le tegole, osservando le prime autovetture sorpassare il vialetto d’entrata e annunciarsi con uno due tre quattro colpi di clacson, a mezzogiorno preciso come promesso. Sotto il ciliegio al centro del giardino, per l’occasione adornato di ghirlande, c’era un lungo tavolo pieno di frutta, dolcetti, tartine, salmone, panini, flûte, bottiglie di Dom Pérignon. La madre accoglieva a braccia aperte qualsiasi invitato varcasse la soglia, mentre il padre rimaneva immobile, mimetizzato con la grande siepe di rincospermo. Si sta preparando, adesso arriva, non vede l’ora! rispondeva sua madre a chi chiedesse della festeggiata. I bambini si rincorrevano intorno al tavolo, gli zii ridevano quasi sputando le tonsille e dandosi pacche sulle spalle così forti da far tremare il terreno, i pastori tedeschi rubavano i croccantini dalle ciotole dei gatti che zompavano sulle tegole del tetto, proprio dove fino a qualche secondo prima si trovava la creatura, e gli invitati aumentavano sempre di più fino a coprire ogni centimetro di prato, mutando con le loro voci ogni rumore proveniente dal sottobosco.
Ma insomma dov’è finita? Si sta facendo desiderare? Sarà viva? pronunciava spazientita la zia della zia, che ricordava unicamente per quella volta che si era quasi strozzata davanti ai suoi occhi con un gianduiotto. Non vediamo l’ora di vederla alla luce del sol.. alla luce del so.. ah – la zia non finì mai la frase perché il bignè che stava addentando con tanta foga le si bloccò all’altezza della giugulare, proprio come quel gianduiotto venticinque anni prima. Sgranò gli occhi, e tutti gli invitati cominciarono gradualmente a rendersi conto della creatura che sorpassava la veranda, e lasciando scorgere un ghigno tra i denti, li salutava come aveva sempre fatto: ciao, ciao, che bello avervi qui, grazie per essere venuti, come state? Gli invitati ricambiavano con un saluto interrotto dall’imbarazzo, e quando lei li abbracciava, poggiando tutto il proprio corpo e tenendoli stretti stretti alla sua pelle, loro rimanevano rigidi come dei pioppi.
I bambini appena la vedevano urlavano, indicandola con il dito e correndo dalle madri per chiedere: posso anche io? Ti prego, mamma, posso togliermeli anche io? Le madri coprivano gli occhi dei figli mentre i nonni stringevano i propri bastoni con una forza tale che, con dieci anni di meno, avrebbero potuto spezzarli in due. Fissavano senza fiatare quella cosa che una volta aveva le sembianze di una nipote, ma ora non avrebbero saputo dirlo con certezza: i suoi capelli erano così lunghi da assomigliare a una gigantesca palla di polvere, così folta e ingombrante da trascinarsi dietro tutto quello che toccava – tartine, uva, frutta, foglie secche, dolcetti, persino qualche dentiera. Il fratello riconosceva lo stesso neo che avevano entrambi sul pube: lui a sinistra, lei a destra, tutti e due pelosi come un kiwi maturo. La cugina riconosceva che avevano gli stessi gomiti: uno soffice come le piume di un barbagianni, l’altro sgrugnato come se ci avessero passato sopra una grattugia, entrambi spigolosi e ossuti. La nonna riconobbe i suoi stessi capezzoli, duri e appuntiti come il fuso di un arcolaio.
La madre fu l’ultima a riconoscere la creatura, tutta nuda come l’aveva fatta trent’anni prima, disturbante quanto quei pensieri che preferiva archiviare in qualche angolo della mente, dimenticandone l’esistenza. Ma quel pensiero ora era davanti a lei, in carne e ossa, che sfuggiva a ogni sua aspettativa, e l’unica cosa che poteva fare era chiederle con un filo di voce: amore della mamma, vai a vestirti, ti prego! Mi fai vergognare! E diceva sul serio: si vergognava da morire di quella creatura che non assomigliava a nessun’altra figlia o figlio in circolazione. Si vergognava di fornire spiegazioni agli invitati. Si vergognava delle tartine impigliate tra le doppie punte, si vergognava di suo marito che una volta era un uomo, ma quel giorno era diventato un rincospermo. Fu in quel momento che la creatura corse verso il recinto spinato, e senza un briciolo di timore, si lanciò in mezzo ai pastori tedeschi. La madre e tutti gli invitati accorsero ad assistere alla scena e la videro rotolarsi nella terra e ridere con le convulsioni, mentre i tre cani le salivano sopra e la leccavano dalla testa ai piedi, tuffandosi dentro e fuori la gigantesca cofana di capelli neri. Quando la madre sentì quella risata, non c’era ombra di dubbio: era proprio sua figlia! Allora perché dubitarne? Se solo avesse smesso di dimenarsi e mimetizzarsi con il pelo dei cani, avrebbe potuto metterne a fuoco il viso, confermando a sé stessa quello che non riusciva più a ricordare: È sangue del mio sangue, di cosa dovrei preoccuparmi? Aveva bisogno di una risposta forte e chiara, quando all’improvviso sentì l’upupa: era tra gli alberi e non smetteva più di cantare.
Riccardo Conte (she/he) ha 30 anni, abita a Milano ma quando può fugge nella terra dov’è cresciutə nell’agro-romano. Negli ultimi quattro anni ha scritto per Gay.it, ThePeriodoff, Vanity Fair Next, firmato una biografia di Taylor Swift per Sonzogno Editori, e fatto parte della giuria ufficiale per i cortometraggi al MIX Festival 2024. Sbaglia la D eufonica, parla da solə per strada, e crede solo in Tori Amos.
Immagine di copertina: © Cho Gi-Seok.



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