You make me perfect.
(Nine Inch Nails, Closer)
Sullo schermo piatto di quell’appartamento succede che i due personaggi si incontrano in camera da letto o all’aperto, da soli o dove c’è altra gente. Si incontrano di giorno e di notte. Non riescono a smettere di fare sesso, ovunque si trovino non possono reprimere l’impulso di toccarsi, l’idea di darsi piacere a vicenda. La tensione erotica che scorre tra di loro finisce nel tempo per trasformarsi in una vera e propria forza distruttiva, che li getta in una sequela di rapporti sessuali sempre più svuotanti. Sono loro a volerlo. L’unione diventa cancellazione, pericolosa coazione a ripetere che termina con la morte dell’uomo. La donna, dopo averlo evirato, lo lascia morire dissanguato. Tiene il pene di lui dentro di sé per tre giorni, poi viene arrestata.
«L’avevo visto da ragazzino questo film, ma non ci avevo capito nulla. È una storia banale, con un finale senza sorprese».
Erano ancora al buio quando Lui aveva parlato. Lei era rimasta in silenzio, fissava la tv, i titoli di coda in pausa. Avrebbe voluto chiedergli se questa volta ci avesse capito qualcosa, ma decise di evitare. Era ancora risentita per i commenti negativi che Lui aveva fatto il giorno prima su Matrix, durante la cena, poco prima di allontanarsi per chiamare la sua ragazza. L’aveva lasciata da sola davanti a un piatto di pasta che dopo un po’ aveva iniziato a sembrarle finto.
Aveva passato tutta la durata del film completamente stravaccato sul divano del soggiorno, in una posizione che chiunque altro avrebbe trovato scomoda, accanto a Lei che invece era seduta composta. Questo la infastidiva: la vista del torace di Lui disteso e orizzontale, quasi esibito, e le braccia portate all’indietro, le faceva vibrare lo stomaco. E nel frattempo pensava alla sua, di postura, a non sembrare troppo innaturale, come se avesse smesso di sapere come ci si muove dentro a un corpo. Voleva controllarsi, evitare che la bava formasse una pozza sul divano di pelle.
Nel frattempo Lui si era alzato, aveva acceso le luci ed era andato in cucina a preparare un tè. Lei lo raggiunse. Lo osservava dalla soglia stupita, una figura nella penombra di cui sapeva poco ma della quale riconosceva i movimenti delle mani, così precisi e sicuri da procurarle un brivido lungo la spina dorsale.
«Perché non mi assaggi?», gli chiese dal nulla.
Lui rimase a fissarla col bollitore sospeso a mezz’aria, inclinato a metà verso la tazza. Poi si mise a ridere guardando in basso.
«È una richiesta o un ordine?».
A quel punto Lei gli si avvicinò guardandolo serissima.
«È un appetito».
Poi passò due dita nell’incavo della propria clavicola, premendo mentre gli occhi di Lui diventavano due ferite fisse su di Lei. Prelevò la bava che si era creata, e la guardò brillare perlacea sotto la luce al neon della cucina. Avvicinò le dita umide alla bocca di Lui. L’uomo la cinse dolcemente per le spalle, abbassò lo sguardo e quasi le piroettò intorno prima di lasciare la stanza.
Lei rimase lì, con le dita bagnate. Non sapeva perché Lui le piacesse così tanto. Quando l’aveva contattata su quel sito, mesi prima, si era dimostrato sagace e gentile. Avevano fatto amicizia in fretta e si erano spostati su una chat esterna. Lei non lo faceva spesso: sapeva bene in che genere di sfigati potesse imbattersi, e quando un uomo le scriveva cercava di catalogarlo immediatamente nel suo personale repertorio di stramboidi. Con Lui non c’era riuscita.
Il sito in un certo senso la tutelava: le conversazioni erano criptate e archiviate, le transazioni protette. E poco importava se le commissioni del servizio le pesavano sui guadagni finali: la cosa che le piaceva di più era mettersi in mostra come un canestro di frutta brillante, protetto da una vetrina.
Avevano parlato per mesi prima di cominciare a vedersi. A Lui non interessava l’aspetto sessuale della faccenda, lo aveva messo subito in chiaro. Una cosa che dicono in tanti, ma alla quale Lui era rimasto coerente. Forse questo l’aveva ferita.
Lei sapeva che Lui le aveva scritto per la bava. Non era certo la prima volta che capitava: per persone come Lei essere oggetto di feticismi era lo standard. Ciò che usciva dal suo corpo finiva in sciroppi e unguenti dalle qualità rigenerative, e non c’era da sorprendersi – aveva finito per accettare Lei – che qualcuno sviluppasse delle attrazioni perverse per coloro che secernevano il miracoloso umore. Desideravano vedere quel corpo, farlo entrare a contatto col proprio, esplorarne la fisiologia.
Ma Lui no. Lui chiedeva solo la sua dose, Lei la ricavava e Lui la pagava bene. La cosa finiva lì. Certo, c’erano i film e le chiacchiere sulla letteratura e l’arte, e Lui la ospitava a casa sua quando doveva svolgere il lavoro. Ma Lei aveva capito presto che ciò non significava nulla. Aveva intuito che la bava, con tutta probabilità, era indirizzata alla sua fidanzata. Lei non l’aveva mai vista; ne conosceva però il nome, che le ricordava quello di un cane. Se la immaginava apparentemente pacata, ma erosa dentro dalla paura di invecchiare. Una donna con la mania del controllo. Si muoveva nell’appartamento dell’uomo in cerca di indizi sulla sua esistenza – foto, ricordi, oggetti – ma non trovava mai nulla di significativo. Forse vivevano separati. Che esistesse era certo, e che facesse uso della casa pure. Ne ebbe la conferma quando una volta, dopo essersi lavata, utilizzò un asciugamano che le lasciò dei lunghi capelli neri in mezzo al culo.
Era facile capire che Lui non consumava bava: portava sul volto tutti i segni del tempo, dimostrava la sua età e probabilmente anche qualche anno in più. L’uomo di cui si era innamorata sfuggiva alla logica del desiderio, e Lei questo non riusciva ad accettarlo.
«Credo sia meglio se andiamo a dormire adesso», disse Lui infine, senza aggiungere altro.
Lei lo seguì ancora, sempre rimanendo sulla soglia delle stanze come una cagna. Lo guardò coricarsi sul divano, e dopo un po’ se ne andò nella camera da letto che Lui le preparava ogni volta che andava a trovarlo per la bava.
Avvolta nelle lenzuola, iniziò a ricomporre il flusso di coscienza di Lui. Se lo immaginava mentre pensava a cosa sarebbe potuto succedere se avesse ceduto alle sue avances, a come avrebbe potuto essere strana e complicata la quotidianità insieme a una donna come Lei. Nel mondo delle donne della bava non esistono relazioni felici. Lo vide che esplorava con la lingua il sapore della secrezione dolciastra, la viscosità del corpo madido di Lei. Fissò il soffitto e provò a scacciare dalla mente l’idea di un bacio lento, chiudendo gli occhi su quell’immagine.
Passò un tempo indefinibile lì, con gli occhi chiusi, fremendo. Non riusciva a prendere sonno. L’idea che Lui fosse a pochi metri da Lei la turbava, concentrandosi riusciva a sentirne il respiro attraverso le stanze, quasi veicolato dalle pareti stesse. Pensava alla casa come a un’estensione del corpo dell’uomo, toccava il muro contro cui era rivolto il letto come se potesse percepirne i vasi sanguigni, le terminazioni nervose.
Capì che non si sarebbe addormentata. Scostò le coperte e nel buio seguì a memoria la strada verso il bagno portando con sé il proprio kit. Si spogliò davanti allo specchio, soffermandosi sulla propria forma ermafrodita. Tutti i suoi genitali erano gonfi, li sentiva pulsare. Si estendevano dal basso ventre fino al perineo formando il disegno ipnotico e lucido come quello di una maiolica. Un misterioso sistema così espanso da sembrare pericoloso.
Estrasse la siringa con la dose di bloccanti che doveva iniettarsi. Non tutte le sue simili si sottoponevano a quella terapia, ma l’attività di produzione e vendita di bava era regolamentata dall’obbligo di iniettarsi il medicinale nel periodo opportuno, per evitare incidenti spiacevoli. Le donne della bava facevano parte di una discendenza telitoca di origine partenogenica. Erano donne perché avevano scelto di esserlo, ma avrebbero potuto essere qualsiasi cosa. Tra di loro, si riconoscevano e suddividevano principalmente in base alla propria dieta. Lei aveva scelto, come molte, la via dei frutti e delle foglie; era vero che la bava migliore per uso medico ed estetico veniva ricavata grazie a una dieta vegetale, ma altre non avevano mai rinunciato alle antiche abitudini.
Guardò la dose fino a provarne ribrezzo. Ripose la siringa di bloccanti nel kit, intatta, e tornò in camera.
La maggior parte di quelle come Lei, una volta capito che per sopravvivere si sarebbero dovute gettare in pasto al sistema di sfruttamento-lavoro della produzione di bava – senza reali tutele – decideva di arrotondare sul dark web facendo hypno. Nel periodo giusto, epurati dall’assunzione di bloccanti, i motivi ossessivi dei loro genitali, se osservati, erano in grado di far cadere chiunque in una trance. Quello stato di grazia manteneva gli esseri in un limbo maniacale, cumulando sempre più eccitazione, fino al rilascio di un lungo e tormentoso orgasmo. Molti uomini amavano “torturarsi” in quella maniera, ed erano disposti a pagare moltissimo per farlo. I siti più frequentati dai gooner, tra live room e pmv, presentavano una sequela martellante di spezzoni pornografici incentrati su donne come Lei, sui loro genitali e sulla produzione della bava. Le Mannare incrociavano gli occhi, si aprivano il culo con le mani, i loro volti ricoperti di bava, le pieghe dei genitali che formavano i pattern di un labirinto. La voce fuori campo, accompagnata da un tappeto sonoro su precise sequenze, conduceva lo spettatore, dandogli talvolta indicazioni su come toccarsi, su quando respirare, su come sentirsi rispetto alle immagini che scorrevano davanti ai suoi occhi.
Invidiava quelle donne, la loro capacità di ridursi completamente a quello che avevano tra le gambe rimanendo fiere e autoritarie, consapevoli. Poter usare quel potere.
Ma stare su quel mercato significava non poter assumere i bloccanti, e quindi dover consumare carne in grandi quantità per poter sostentarsi.
Aprì la finestra e si stese sul pavimento, dove poteva vedere meglio la luna. Fissò quel gigantesco cerchio luminescente finché non le sembrò smarginarsi. La vista si offuscò mentre i suoi bulbi oculari sgusciavano oltre le orbite. Sentiva il corpo scivolare fuori dalla pelle mentre ritornava a essere viscida, le ossa calamitavano attraverso la carne ricompattandosi in un gigantesco e duro guscio sul suo groppo. A lungo si dissolse in una zuppa ricca di proteine, fino a riassemblarsi nella sua forma più pura: era molle, viscida, enorme, e per questo sublime.
Strisciò lentamente verso il soggiorno seguendo la traccia di eccitazione e rimorso che Lui si era lasciato dietro quella sera. Si trascinò sopra al corpo dell’uomo di cui si era innamorata, si strofinò sul suo petto. La pelle di Lei era ormai completamente ricoperta da motivi asfissianti, la Mannara coincideva in maniera totale coi suoi genitali. Era diventata il dedalo di Lui.
Non sapeva dire cosa Lui stesse provando, la bava a quel punto l’aveva già paralizzato nel sonno, ma a Lei piaceva credere che fosse cosciente ed estasiato, gli occhi rivolti verso visioni mistiche, tormentato da tutto quello splendore.
Lo mangiò piano, ci vollero circa quattro ore. Quando ebbe finito, i primi raggi del mattino facevano il loro ingresso nella stanza e Lei era stanca e appagata. La lumaca Mannara lo sentiva finalmente dentro di sé, ed era proprio come l’aveva immaginato.
Una storia banale, il finale senza sorprese.
Lo tenne nella carne per molto più di tre giorni.
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June Scialpi (1998) ha pubblicato il libro Il Golem. L’interruzione (Fallone Editore, 2022) con il quale ha vinto il Premio Flaiano Poesia Under 35 e le plaquette Condotta del simbionte (La Collana Isola, 2023) illustrata da Majid Bita e in mezzo ai giorni (i) dati (Zacinto/Biblion, 2024). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Spore Rivista e Mandos, inserto cartaceo di Palin Magazine e nell’antologia Stasera faremo cadere il cielo (Zona42, 2024). Si interessa di studi queer e transfemminismo. Collabora con diverse realtà online. Ha tradotto Indumenti contro le donne di Anne Boyer (in uscita per Tic, 2025). Il suo ultimo libro è Retriever (Tic, 2025).
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