Da qualche tempo ho deciso di creare il mio nido in una valle piuttosto accogliente, gli umani la chiamano Val d’Ossola. Vivo all’apice di un monte, e anche di questo ho appreso il nome: Cistella.
La mia forma umana viene spesso scambiata per malata da questi maledetti esseri che hanno occhi che strapperei volentieri e che mi guardano di sottecchi e con diffidenza; rare sono le occasioni in cui scendo in paese a farmi vedere e il più delle volte ci volo sopra. Ma quando succede, cammino tra i loro vicoli e li osservo mentre loro osservano me. Devo sembrare fuori luogo con i miei capelli corvini lunghi fino al sedere e una sudicia palandrana scura che conservo da anni immemori, e che uso per non andare in giro nuda nei loro territori. Cammino scalza: forse è questo che li rende nervosi in mia presenza. Eppure, anche con le sembianze di un corvo, mi guardano male. Forse il problema sono loro, non io.
In realtà non sono né corvo né umana, sono qualcosa tra queste due cose. Al nord chiamano quelle come me hexenrabe o she-raven; qua, immagino potrebbero chiamarmi donnacorvo. Ma ripeto: non sono né l’una né l’altra cosa. Il mio corpo può mutare, e sono me stessa.
Ho sempre detestato gli umani, odiosi e inutili, eppure così prelibati. Le viscere umane sono squisite, il loro sangue è estremamente dissetante. Tuttavia, evito di cacciarli perché sono una vera seccatura. Non stanno fermi e gridano e appena ne scompare uno, tutti gli altri vanno a cercarlo organizzando battute di caccia. In passato ho avuto problemi.
Mi sono svegliata dopo qualche secolo e ho deciso di abbarbicarmi sulla cima di questo Cistella, nel versante più alto e nascosto. Sono regina di questo cielo, dove c’è polvere e pietre e svariate coppie di falchi e pure loro, come gli umani, mi guardano di sottecchi.
Nel mio amato nido lascio le ossa di ciò che divoro: mi piace mangiare dove dormo. Ultimamente preferisco le vipere a tutto il resto, ma non mi saziano mai. Soprattutto dopo questi secoli di sonno, punto più a cervi, camosci e stambecchi. Vorrei anche un umano. Uno. Ma non posso: in passato ho avuto problemi.
Da giorni e giorni perlustro la zona. Volo come corvo di giorno, così da evitarmi occhi indiscreti. Se un umano dovesse scoprirmi, allora potrei sbranarlo. Mi sentirei nel giusto a farlo, dovrei farlo. Ma la condizione che mi impongo è di ucciderne uno solo se scoperta. In passato ho avuto problemi. Dunque, evito di attirare la loro attenzione e di notte riprendo la mia vera forma.
Solo di notte posso essere davvero me, e quando lo sono, ho occhi bianchi e ali nere e artigli che sgozzerebbero con facilità un bue. Ho anche pelle di colore del latte, canini acuminati tra le labbra scure, e capelli, braccia e gambe. Perdo moltissime penne in questo periodo caldo. Sono lucide e nere come la pece, e il mio corpo se ne sbarazza volando tra gli alberi del bosco e le distese d’erba.
Volando ho scoperto un luogo, e nel luogo ho scoperto lei. Credo sia una sorta di ecclesiastica. Li odio, gli ecclesiastici. È proprio con loro che ho avuto problemi. Mi odiano, odiano il mio corpo, la mia anima e cosa rappresento per loro, cosa sono in contrasto al loro dio.
Lei è giovane. Veste nero e bianco, come tutte le sue sorelle, ma ho intravisto una chioma rossa sotto al velo che porta in testa. Guardandola mi chiedo se potrò mai assaggiare la sua carne, tenere le sue ossa nel nido assieme a quelle dei pasti già consumati. La guardo ogni giorno. Vedo il suo viso ovunque, anche quando non ce l’ho davanti. Vive con altre donne in una residenza in pietra, penso sia un convento, o monastero – ignoro la differenza –, e a pochi passi vi sono solamente una cappella, anch’essa modesta e fatta in pietra, e il bosco. Nient’altro.
Ogni giorno, poco prima dell’alba, la vedo uscire dal convento per andare alla cappella. Dalle finestre la guardo pregare: sta lì dentro almeno quattro ore ogni giorno. Per il resto delle sue giornate pulisce, pulisce ovunque, e si occupa del giardino. Quando è intenta a lavorare la terra, io scelgo un ramo di un albero a lei prossimo e la osservo. Vorrei divorarla e ucciderla. Li odio questi umani. Odio questa umana e la sua bellezza e il suo pallore, e i suoi capelli rossi nascosti sotto al velo.
Perché è tutta in nero, poi? Perché queste suore si vestono di nero e bianco? Cercano di emularmi, assomigliare alla mia specie? Gli ecclesiastici che ho incontrato erano spesso vestiti di nero e bianco. Mi odiano perché vorrebbero essere me? Mi hanno torturata perché volevano essere me? Anch’io di notte sono nera e bianca, e ho ali come gli angeli che pregano.
La ragazza si chiama Dafne. Me lo ha detto lei in giardino. La guardo togliere le erbacce, sistemare la staccionata. Ha in mano un mazzolino di tarassaco. Mi avvicino da corvo e la fisso con i miei occhi bianchi assetati di sangue. Sento il mio becco fremere mentre la guardo, vorrei ucciderla e divorarla. Sento l’odio per la sua specie. Ed ecco che lei mi vede, si avvicina, dice qualcosa che non capisco. Indietreggio, gracchio, sbatto le ali. Cerco di farle capire che non deve osare, che ha già fatto troppo guardandomi. Sento che potrei ucciderla, che con un fulmineo slancio potrei trasformarmi, afferrarla con i miei artigli, e portarla via senza che qualcuno se ne accorga. Mi ripeto che in passato ho avuto problemi. Mi trattengo: potrebbero vederci, lei potrebbe urlare. Gracchio un urlo pieno di fame e odio.
Lei si alza e le ginocchia sono sporche di terra. Si dà delle pacche sulla gonna per levarsi il lerciume. Intravedo le caviglie – sono bianche, e vorrei ucciderla ancora di più. Sento di nuovo la tentazione di trasformarmi e saltarle alla giugulare, ma poi lei mi inchioda con i suoi occhi da umana e mi dice: “qua nessuno lo sa, nessuno: non sono suor Maria Domenica, il mio nome è Dafne”.
Volo via in preda alla collera, allo stordimento, sento qualcosa nello stomaco oltre alla sete per il suo sangue.
Torno al mio nido pensando di doverla uccidere. Non c’è via di uscita. Desidero carne umana, e lei, Dafne, mi ha vista – ha osato parlarmi. Caccio un camoscio la sera stessa, e nel ridurre a brandelli le sue membra mi immagino la sensazione sublime che sentirò uccidendo l’ecclesiastica. Dafne. In passato avrei pagato oro per smembrarli vivi tutti, gli ecclesiastici. Mi procurano una fame ferina e violenta, una rabbia maledetta, una sete di vendetta. In passato ho avuto problemi. Dafne mi creerà problemi.
Penso a come cacciarla. Decido di prenderla alle spalle prima del suo turno di preghiera, quando esce dal convento per andare alla cappella. L’oscurità è fitta in quelle ore del mattino e la luce dell’alba non si è ancora schiusa. La agguanterò lì, tagliandole la gola così da non scatenare le sue urla, e me la porterò nel nido. Solo una. Solo questa volta.
Sono pronta: cala la notte e io torno alla mia forma primordiale. Atterro su una betulla lì vicino: le ore passano e io attendo. Infilzo gli artigli nella corteccia bianca, rigata dalle solite forme a occhio delle betulle, graffio il tronco fino a far fuoriuscire la linfa. Me la lecco via dalle mani, e nel mentre sento il suono del chiavistello contorcere le giunture metalliche della porta. Eccola, Dafne, con il volto tirato dal sonno, gli occhi castani nel buio. Esce dal convento, e in poche falcate sarà dentro alla chiesetta. Io lì non ci posso entrare. Sto per volare da lei, azzannarla al volto, artigliarle le spalle.
E poi succede. Passa un millesimo di secondo tra il mio balzo e l’arrivo di un’altra ombra. È un uomo, un maschio umano, salta addosso a Dafne così velocemente da farmi frenare dallo stupore. Perché questo umano la sta attaccando? Nel concentrarmi su di lei così appassionatamente, sono riuscita a ignorare la sua presenza?
La spoglia con violenza, le tira via tutto, e in una frazione di secondo sento dentro di me crescere un sentimento confuso che mi fa perdere lucidità: un’ira cieca mi prende e io prendo il volo. In passato ho avuto problemi, penso. Le mie ali sono immense e le apro nella notte, e in pochi battiti sono addosso all’uomo, lo scaravento via dalla suora e lo artiglio a me; gli azzanno la giugulare con un morso ben piazzato e bevo il sangue bollente che mi cola dal mento a ogni sorso. Finalmente, penso, finalmente il mio pasto umano. Gli guardo le vesti: è un ecclesiastico.
Dafne mi guarda, mi vede. I suoi occhi castani incrociano le mie pupille bianche. Risento il suono della sua voce: sembra una melodia, scandisce le parole con lentezza e sento un fremito di timore e sollievo. Si fa avanti e io sbatto le ali per allontanarmi da lei, per non permetterle di avvicinarsi. Vedo le mie penne ricadere in violente piroette sull’erba. “No!”, urla d’improvviso. “Non scappare così. Non dirò a nessuno di te”. La guardo. Lei mi guarda. “grazie” dice, “grazie, angelo nero”.
La guardo un’ultima volta: l’uomo le ha strappato il velo e ora i suoi capelli rosso fuoco le ricadono dalla fronte diafana alle spalle nude. Lei capisce, rimane in silenzio, e io prendo il volo. Ho avuto il mio pasto. Non ucciderò altri umani. Dafne vivrà, ed entrambe non avremo più problemi.
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Nicoletta Perolfi (she/her) vive in città ma sogna spesso di vivere nel bosco, fare la muta e lasciare la pelle morta in giro, non avere mail a cui rispondere e morire un giorno tra le foglie senza disturbare nessuno. È vegana antispecista, nel tempo libero ascolta black metal e, quando le gira, scrive su Substack la sua newsletter: Ferale. La trovi su IG con il profilo @yulemoth .
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