Decluttering

Ha usato le stesse tre magliette per quasi un mese, nell’eventualità di un colpo di coda dell’inverno. Adesso è ora di fare il famigerato cambio armadio, espressione che sua madre non poteva pronunciare senza sbuffare e roteare gli occhi. Ma stavolta avrebbe fatto di meglio, un vero decluttering. La bionda di Instagram lo dice sempre, il decluttering è un passo fondamentale verso un maggiore benessere psicofisico. Avrebbe venduto le cose migliori e dato il resto in beneficenza. Poteva creare un capsule wardrobe fatto solo di pezzi semplici da coordinare e sovrapporre, liberandosi dei capi che la mettevano in crisi perché erano di un colore o una fantasia difficile da abbinare. Però c’è da dire che la bionda di Instagram aveva quel fisico su cui stava bene tutto, mentre lei doveva selezionare le proporzioni per non sentirsi a disagio. Vabbè, avrebbe ultimato questo decluttering, migliorando il suo umore e la sua pace mentale.

Per iniziare, si lega i capelli in una coda. Pantaloni della tuta e t-shirt larga. Prepara due buste: una per le cose da buttare e una per quelle da dare in beneficenza. Ha comprato due scatoloni nuovi, per potersi liberare di quelli informi che usava da anni. Mette la musica, una playlist jazz di quelle da cocktail bar chic. Apre l’armadio con lo sguardo di una che si prepara a scoperchiare la porta dell’inferno, determinata a portare a termine la sua missione di ragazza minimalista e impeccabile.

Raccoglie i maglioni caduti dalle grucce. Ormai ha preso gli scatoloni, non ha tempo per fare la lavatrice; li laverà in autunno, così l’odore di ammorbidente resterà sulla lana. Nulla da buttare, li indossa tutti frequentemente. Certo, quello rosa con le frange sulle maniche non si addice a un capsule wardrobe. E quello a rombi inizia a essere impresentabile, sfilacciato e con un buchetto sulla manica destra. Per ora, però, li tiene. Li sistema in una di quelle buste sottovuoto. Le piace vedere il sacchetto che espelle l’aria e si comprime. Poi è il turno di due vestiti lunghi e larghi, che avrebbero dovuto darle un’aria da artista ma la facevano sembrare un sacco di patate. Li butta sulla sedia delle cose da vendere. Avverte una fitta di dolore al basso ventre, probabilmente sta per ovulare. Arrotola le due cinture che possiede e le ripone in un sacchetto di cotone. Tira fuori una scatola ferma lì da anni; dentro c’è un vecchio portafogli, un foulard a teschi (aveva avuto un così pessimo gusto da adolescente?), un paio di ombretti ridotti in polvere e un cerchietto. Loro sì che gridano decluttering. Un miniabito di raso color borgogna, usato pochissimo e caduto sul fondo dell’armadio. Lo raccoglie per fotografarlo e venderlo. Sotto di esso trova un quaderno, quello con la copertina gialla che aveva comprato qualche anno prima quando aveva scoperto che a G piaceva il giallo.

Lo apre e legge gli appunti di quel periodo all’Università. Per poche settimane si era convinta che prendere nota dei piccoli eventi quotidiani sarebbe stata un’idea geniale. 

Martedì, abbiamo mangiato la pasta al pesto scotta. Cucino malissimo.

Uno schizzo della sua camera in affitto.

Siamo strafatte, G mi sembra più bella del solito. Sono invidiosa dei suoi capelli nerissimi.

L’adesivo del bar dove andavano a bere dopo le lezioni.

Sono felice di aver conosciuto G e Ale. Stiamo diventando inseparabili.

Chiude il quaderno, lo posa sulla scrivania. 

Appese con un gancetto alla parete interna dell’anta sinistra ci sono tre borse in tela. Le tasta con le mani e si rende conto che dentro quella con il logo della biblioteca c’è un portapillole in latta, e dentro il portapillole c’è un involtino di pellicola, e nell’involtino c’è un po’ d’erba scolorita e rinsecchita, talmente vecchia che non emana più il minimo odore. Come ha fatto a non accorgersene per tutto quel tempo? Come ha potuto dimenticarla nella sua vecchia casa, in casa dei suoi? E poi lei non aveva mai posseduto un portapillole. Doveva essere di Ale.

Ma sì, Ale le avrà chiesto di tenergli l’erba per qualche ora, o magari l’aveva direttamente mollata nella borsa senza che lei se ne accorgesse, e poi se n’era dimenticato. Unica spiegazione possibile. G non poteva essere stata. Senz’altro era andata così. Lancia il portapillole nella spazzatura. Sarebbe carino tenere la borsa, però ce ne sono altre due, quella comprata a Praga e quella che le aveva regalato Ale. E così anche la shopper della biblioteca finisce nel sacco nero. Che strano. Continua a pensare al portapillole mentre piega le magliette del primo cassetto. E se fosse passata accanto a un cane antidroga, inconsapevole di avere quel portapillole nella borsa di tela? E possibile che non l’avesse mai incrociato con lo sguardo, nemmeno per sbaglio? E poi possibile non averne mai sentito l’odore? Almeno all’inizio sarà stato pungente e inconfondibile… 

Piegando la maglietta nera con gli inserti in mesh, una delle sue preferite, si rende conto che ci sono dei buchi sul giromanica. Ci pensa un attimo e decide di buttare anche questa. 

Una bustina in raso tra le canotte. Oggetto pressoché inutilizzato di quando G si era fissata con alcune pratiche specifiche, ormai diventato una reliquia. Chissà dove nasconde certe cose la bionda di Instagram. Di certo avrà anche lei dei sex toys, no? In effetti ha l’aria di una persona un po’ frigida. 

Questo lo dovrei buttare. Non lo uso e – non so come dire – in un certo qual modo mi imbarazza. Ma poche cose nella mia vita sono state belle come G. E poi di noi non è rimasto nulla, né una foto né un regalo né una lettera né niente di niente, non è rimasto nemmeno lui e a volte parliamo per messaggio ma non parliamo di nulla e non riesco a rassegnarmi al fatto che se ne sia andata e chi lo sa se la rivedrò mai più e se si ricorda anche lei com’era bello fare sesso noi due, sì chissà se ci pensa mai anche solo per sbaglio, era come stare su un altro pianeta e lui è partito e io sono rimasta qui e mi sento una scema perché non siamo nemmeno riusciti a darci una chiusura, ma caspita possibile essere state così idiote da non lasciarci nulla e non lasciarci nemmeno tra noi e invece no, siamo solo sparite e non è rimasto niente di niente e ecco sì io credo di essere uno di quei giocattoli che da piccola ho amato tanto e da cui non mi potevo separare perché pensavo che ne sarei morta, ma poi nel tempo li ho lasciati andare così e alla fine non è morto nessuno, e adesso non so nemmeno più che fine abbiano fatto. 

Questo lo posso anche tenere così, come ricordo innocente. Però normalmente non vedo queste cose nei capsule wardrobe di Instagram.

La divisa della squadra di atletica di quando era piccola. 

Una scatola di un farmaco che finisce per “pam”. Ancora una volta, perché nel suo armadio? A dire il vero, aveva preso delle pasticche per regolarizzare il sonno e l’umore, placare le palpitazioni che le bloccavano il respiro. Ma era stato tanto tempo fa. Controlla la scadenza; ancora più di un anno. Dev’essere un acquisto recente, e allora di chi sono questi psicofarmaci? Inizia a sospettare che siano suoi e che ne abbia così tanto bisogno da non ricordare nemmeno di averli acquistati. Il blister è intatto. L’unica spiegazione possibile è che li abbia comprati in un momento di scarsa lucidità. Forse era ubriaca o strafatta. O forse sono pazza, anzi non pazza, forse sono fragile. La ricetta non sarà stata un problema, potrebbe averla fatta Ale. 

Ormai ha riempito le buste di roba da buttare. Si dedica alla pulizia dell’armadio. Spolverando, si accorge di una crepa nella parete posteriore. Le assi di legno sono rovinate, non combaciano più; una si sta alzando e sporge verso di lei. Non resiste alla tentazione di afferrarla con i polpastrelli e tirare, e oltre il legno vede solo del nero, e sa benissimo che non può essere perché la parete dietro l’armadio è bianca come tutto il resto della camera ed è pieno giorno e c’è luce. Eppure, oltre il legno c’è un buco nero, e mettendoci le dita non riesce a toccarne il fondo. Ora è spaventata, sembra il principio di un film dell’orrore. Forse il portapillole con l’erba e le benzodiazepine erano uscite da lì? Un suono la scuote e la risveglia da questa sorta di stato di trance. Avvicina la testa alla parete di legno. Il suono si fa più intenso, diventa inconfondibile. Non può più ignorarlo. Una paura feroce le torce lo stomaco, quella paura femmina con la F maiuscola, la paura di quando pensi che stavolta è successo per davvero, la paura istintiva e selvaggia di un animale in trappola. 

Ma lei non ha mai avuto figli e non ha nemmeno mai abortito, non è mai rimasta incinta, ha sempre preso la pillola con grande attenzione. Sente un liquido bagnarle le cosce. Tende la mano nel buco nero, cerca a tentoni nel buio e poi tira fuori il corpo di un neonato appena partorito che sta piangendo e gridando, ancora tutto imbrattato di liquido amniotico. 

Il cordone ombelicale penzola fin dall’altra parte del buco nella parete.


Federica Ceccarelli è nata in Umbria e nella vita fa un dottorato. Nel tempo libero corre, va in bici, ascolta musica, legge newsletter (con il desiderio di averne una propria) e recensisce libri. Ha recentemente pubblicato il suoprimo racconto su Rivista Blam, e spera di scriverne tanti altri.



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