Ai posteri aeriformi

Non voglio mai che mi sfiori i seni, sono organi intoccabili, pazzi. I miei seni testimoniano il peso che c’è stato ed è andato via dal corpo. Sono stata grassa, sono stata magra da quasi smettere di respirare, ho portato con me queste due buste di pane e burro. Non contengo l’armonia che si crea tra noi, quando mi domandi dove appoggiare le mani. Provo a immagazzinarla in una dimensione che trascenda le misure degli organismi, ma non ci arriva. Mi sublimo nelle tue mani rosse esplosive, prima che tu riesca a correre e accendere la cassa, così posso suonare la mia musica. Ma tu sei più veloce. È una piccola cassa che nascondi sotto il letto, sei in piedi e io ti aspetto, guardo la pelle inclinarsi sul materasso quando il grasso lo schiaccia. Le mie gambe fatte di sangue, muscoli e ossa, mi reggono fin quando tu ci sei e allora il baricentro si sposta verso il cielo.

Amore, ci siamo incontrate ieri, mi ero svegliata nel centro di una fabbrica abbandonata. Ho visto il pezzo di te che pure stavi perdendo, perché volevi liberartene. Abbiamo creato un ammasso di tutte queste parti che sembravano superflue, e ne abbiamo fatto un muro: il muro delle nostre speranze, da poter stare rinchiuse nel bene. Gli organi dei nostri corpi, contaminati da vanadio e manganese, ci sembravano troppo solidi, e non ne portiamo più il peso. Quando mi baci, una colata di acciaio si scioglie nelle mie vene, è fuso e caldo, mi accende. Ho assorbito così tanto, dormendo qui per anni. Il mio respiro ha cambiato il ritmo, perché la laringe e la faringe, di cui non ho mai capito la differenza, si scontrano con l’aria densa che mi ha attraversata da quando lavoravo qui. Ogni spazio aperto ha smesso di esistere nel mondo, perché fuori sta bruciando. In questa epoca, i luoghi hanno la sola funzione di comporre i nostri corpi, i nostri cibi e poco altro. Viviamo al chiuso, nelle fabbriche termoregolatrici, mentre ci inventiamo la luce del sole perché non l’abbiamo mai vista. Ero impiegata in questa fabbrica, in cui adesso noi ci siamo appartate, prima che chiudesse. Componevamo i corpi quando la dimensione solida non era ancora estinta, e adesso afferriamo le ultime possibilità di sentirci materiali, poterci accarezzare, sfiorare, darci una pacca sul culo. Il nostro sesso è questo: vediamo la materia, che negli anni ci ha contaminato, entrare in relazione. Che sarà di noi quando ci disperderemo nell’aria? Il calore ci brucerà, non saremo più i frammenti di acciaio, pelle e sangue che ci hanno compostə, ci chiediamo se saremo ancora capaci di amarci. Sicuramente, potremo immaginare i nostri corpi.

È diventato abbastanza tardi perché io possa riposarmi; chiudo gli occhi e sono in compagnia di una scimmia. È buffa, rumorosa, ed emette solo versi. Provo a parlarci in molti modi, dopo un po’ capisco che, quando smetto di impegnarmici, il significato dei suoi suoni arriva chiaro. Comprendere le urla della scimmia: non ho avuto il tempo di realizzare quanto fossi sconvolta dalla mia abilità nascosta, perché lei mi riempie di domande, senza darmi il tempo di pensare. Per prima cosa, mi chiede cosa vorrei cambiare del mio corpo, e poi cosa sento che ne faccia parte. Io le ho risposto: “Vorrei non avere i seni, ma conservare il cuore. Il cuore lo sento pulsare, vivere con me.” Allora la scimmia mi dice che possiamo spostarci in una stanza e, quello che sembrava uno spazio, letteralmente il nero dello spazio, trova all’improvviso definizione nelle architetture. Qui ci sono muri infiniti, ma alzando lo sguardo non esistono soffitti: non capisci dove finiscono, né sopra né sotto, siamo praticamente sospesə in un pozzo. 

Eppure, tutte le cose, come la scimmia, i muri, i pezzi di corpo, sono ben visibili, dipinte in chiaroscuro, ed emergono stagliate dal buio che le circonda. È come se non condividessero la stessa luce. A pensarci bene, il pavimento stesso non lo vedo, ma lo percepisco. All’altezza dei miei piedi, c’è una resistenza che osservo. È in quel momento che capisco che la scimmia non vede la memoria visiva che ho di me, ma una nube, senza contorni.

“Sei stata chiamata a comporre il tuo corpo prima del passaggio all’epoca gassosa. Dunque, riparti da zero: ti liberi di tutti i veleni che hai accumulato negli anni, come le scorie, il petrolio, i metalli pesanti. Puoi sceglierti come vuoi; la condanna è che sarai solo una proiezione di e per te stessa, che lə altrə non potranno guardare.”

“Quindi saremo fantasmi, non potremo comunicare?”

“Sarete vivi, potrete comunicare, ma senza guardarvi, né parlare.”

“L’alternativa?”

“Tra pochi anni sarà tutto disintegrato, quindi l’alternativa è che tu non sia gas libero in ogni direzione, ma cenere. Verrai spazzata via.”

“Morirò?”

“Sì. Oppure vivrai, senza farti vedere, né vedere gli altri.”

Senza via d’uscita, continuo a seguire la scimmia che cammina verso la prossima stanza. Ci sono teche di diversi colori, fluidi gialli, rosa e viola color pastello. “Puoi scegliere il cuore che vuoi” mi dice. In un attimo quella scimmia mi fa paura, perché non mi dà più motivi per dubitare di lei, è una sconosciuta che mi sta offrendo la possibilità di rinascere. Ma io penso: a cosa serve preferire un cuore o un altro, se non saprò cosa ne sarà del mio corpo? Mi agito, quindi esprimo l’unico desiderio che per me conta: “Ho bisogno di liberarmi dei seni”. Ləi allora mi propone di parlarci, e li richiama a sé, sono materia tra le sue mani. Li tiene come piccole bomboniere di giada, hanno il colore delle foglie, di una natura che avevo dimenticato, scomparsa anche oltre i confini ermetici in cui abitiamo. Io non ho il coraggio di parlargli, mi scuso solo con loro per quello che hanno subito, e li lascio scivolare dalle mie mani, nel Buio. 

Finalmente sia io che le mie tette siamo libere; forse non sentirò più l’invasione della disforia su di me.

Se fossi sempre una scia colorata che galleggia nell’aria, nessuno potrebbe toccarmi ma io andrei ovunque, attraversando ogni cosa senza fargli del male. Il mondo là fuori è un caos e bisogna ritrovarsi nelle fattezze dei nostri corpi, di quello che li hanno composti. Il cielo, le nuvole, simili alla me-nube con cui la scimmia interagisce, l’erba: i capelli che sceglierò.

Lei mi propone, tra una decina di teste che stanno lì, nelle teche, fluttuando su e giù di pochi centimetri, di individuare la mia, e mi invita a immaginarmi. Sono tanti capelli, di tutti i tipi, ma non solo i più belli e lucenti, anche quelli rovinati, quelli secchi e deprivati dalla genetica. Mi ricorda un momento già vissuto; trucchi e parrucche, prepararsi per andare a ballare, come facevamo qui prima di disincarnarci. Muoverci insieme, prima di andare via. Ho scelto di nascere con i capelli, che potevano crescere e danzare al ritmo della mia testa. Questa consapevolezza, delle cose che possono aumentare, mi pare inevitabile quanto spaventosa. Mi ritroverò con una parte di me che si ingrandirà prima ancora che io possa immaginarne la funzione.

Con il suo interrogatorio, la scimmia mi ha guidata in tutte le stanze del mio corpo. Tormentante, per quante cose rivelava di me stessa: chiedendomi di autocompormi, mi costringeva a trovare un contatto con tutti i pezzi invisibili di me.

“Quando capisci di poter diventare qualsiasi cosa, smetti di essere.” Mi lascia con questa frase, e la vista si appanna, un velo opaco si stende tutto attorno.

Quando sto per svegliarmi, non sento più il peso del tuo braccio su di me, ma so che sei al mio fianco. La pelle è l’involucro da cui scivolo, sono asciutta e tu mi bagni di liquidi in tutti i centimetri inesposti, evaporo.

Stiamo lasciando i nostri corpi e l’aria ci riceve, tu mi accogli con un respiro. Ci salutiamo senza muovere le mani; eternə, cenere bruciata dal calore che attraversa le pareti termoresistenti, che si stanno gradualmente bruciando, diventando polvere in movimento. Anche quando non sentirò la tua voce, ci ameremo tattilmente. Anche quando sarò gassosa, la nostra musica suonerà, nell’aria. Finalmente siamo a casa, finalmente siamo il mondo di cui facciamo parte.

 


Nari Tomasiello è un’artista nonbinary di 23 anni. Legge e scrive, studia Gender studies in magistrale ed è appassionatə di fantascienza speculativa, prima ancora che di teorie e filosofie queer. Potete trovarla su Instagram come @ariannattttt.


 


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