Volli, e volli sempre, fortissimamente volli.
(Vittorio Alfieri, 1783)
Fin da quando siamo bambinə, ci viene ripetuto continuamente che non è bene volere troppo: se chiedere è lecito, e rispondere è cortesia, allora chiedere insistentemente non è altro che una manifestazione di maleducazione e ingordigia. Perfino due dei dieci comandamenti regolano il desiderio nella morale cattolica: non desiderare la roba d’altri il nono e non desiderare la donna d’altri – patriarcalmente declinato solo al femminile per evidenti ragioni storico-sociali – il decimo; è evidente come ci sia tutto un impianto ideologico e religioso, in Occidente, per soffocare la brama di aver altro oltre a quello che già si ha.
Ma se si viene socializzatə come donne, l’insegnamento diventa ancora più imperativo: laddove nei bambini si incoraggiano l’assertività e la chiarezza – e il perdono da parte di genitori e insegnanti giunge né più né meno anche quando si esagera con le richieste e la prepotenza – esse sono di gran lunga più soffocate nelle bambine, che non devono essere mai troppo esigenti o impazienti. Lavorando nella scuola è comune assistere, nelle riunioni tra docenti, all’etichettatura del comportamento di una ragazzina come problematico, arrogante, presuntuoso tramite appellativi quali capetta, spocchiosa, diva in accezione estremamente negativa, mentre lo stesso non si vede per quanto riguarda gli studenti, più sovente descritti come bamboccioni, rumorosi, a tratti stupidi, subdoli e furbi solo quando riproducono comportamenti che sono innanzitutto delle amiche e compagne. Anche la prossimità col femminile è bollata come infida, esattamente come succede nella Genesi con il racconto della vicinanza di Eva al serpente; chiedere troppo, volere troppo, enunciare le proprie esigenze a gran voce e renderle un “problema” altrui è decisamente una sprezzatura femminile: d’altronde non è un leitmotiv di tanta stagionata e collaudata comicità sessista la figura della moglie rompicoglioni che semplicemente chiede al marito di occuparsi egualmente dellə figliə o di buttare i calzini nel cesto della biancheria?
Addentrandosi nella sfera sessuale e corporea, è ancora più evidente quanto il chiedere – e in particolare il chiedere perché si vuole – sia ancora un tabù: d’altronde, il femminismo di seconda ondata non avrebbe reso la liberazione sessuale e di orgasmo un suo caposaldo se la sessualità femminile fosse socialmente vissuta con gioia e propositività e se fosse ampiamente accettata nelle sue variopinte declinazioni, incluse quelle più kinky e queer. Siamo nel 2025 e ancora si nominano con un velo di stupore i sex toy a cena, e di masturbazione femminile, aldilà degli spazi sulle sponsorizzate di Instagram e gli ormai antidiluviani numeri cartacei di Cosmopolitan, si parla ancora a mezza voce in maniera frettolosa e solo se si è dalla parte del tavolo giusta, circondata da altre donne.
La questione del desiderare femminile è, dunque, ancora oggi di difficile conversazione per chi non segue il femminismo, e sta proprio al movimento non snaturare, forse, questa discussione né spogliarla della sua profonda complessità sociale, politica e storica, la quale si intreccia a doppio filo con la tematica dell’oppressione, al contrario di come è avvenuto con una certa retorica di femminismo pinkwashed offerto come prodotto in un contesto iperconsumista. La battaglia del desiderio è oggi, ancora, profondamente politica e identitaria; ma è propriamente per questo che è altrettanto opportuno che il femminismo renda comunque questa discussione comprensibile e digeribile a chi non è avvezzo ai suoi termini teorici e alla sua filosofia.
Per poterla spiegare in maniera efficace, però, vale forse la pena di interrogarsi sulla questione di per sé: per le femministe, quindi – dopo il nostro incessante lavorio interiore sul male gaze, dopo aver letto pamphlet incendiari e anarchici, dopo aver approfondito cos’è la nozione di consenso e quanto sia subdola la mano patriarcale che cerca di indebolirlo e minarlo – cos’è e com’è il desiderio?
Recentemente, leggendo l’Abbecedario della differenza. Omaggio ad Alice Ceresa, mi sono imbattuta in questo frammento per quanto riguarda il lemma “Bellezza”:
È imbarazzante, per la donna che ha lottato per non essere identificata con il proprio corpo, scoprire quanto la perfezione del viso altrui possa essere totalizzante: tanto da trasformarsi da bene effimero in bisogno esistenziale. Una vita intera trascorsa a imparare la secondarietà dell’aspetto fisico per poi campare nella nostalgia inconsolabile della bellezza dell’Altr*.[1]
Questa lettura mi ha lasciata senza fiato: una vita a cercare di decostruire l’esteta che abbiamo nella testa, e poi basta l’immagine di una persona, un corpo, un viso che desideriamo per cancellare tutto – e qua citiamo il famoso meme my feminism leaving my body when… come commento di un’immagine che può essere sia aderente ai canoni occidentali standard di mascolinità che alla graziosa agilità di Tom Holland che balla Umbrella di Rihanna in uniforme da maid. Mi ha colpito in particolare l’utilizzo del termine “nostalgia inconsolabile”, che credo sia abbastanza sovrapponibile con quello yearning così ben espresso in prodotti multimediali come le fanfiction e, spesso, dai media queer nel loro tentativo di raccontare relazioni che si risolvono nel discreto sfiorarsi di dita e di sguardi, o nella privacy di un nascondiglio in cui toccarsi febbrilmente, in fretta e in segreto, per paura delle botte.
Forse il desiderio femminista assume quella indefinibile caratteristica proprio di nostalgia inconsolabile, di volere qualcosa in maniera cocente e struggente senza sapere bene come averci a che fare, quando non addirittura come arrivarci; ma è anche una scatola trasparente da riempire di ninnoli, fantasie, supposizioni, scenari, di considerazioni fatte mormorando da solə tra sé e sé.
Esattamente come ha detto una mia amica, parlando di una normalissima foto del membro del gruppo k-pop BTS Suga, che per una persona non fan apparirebbe del tutto insignificante – non si tratta di un servizio fotografico, non di una conferenza stampa, semplicemente di una sua foto sfocata scattata dalla platea di un concerto da un’altra fan: «il sentimento di intensità che sto probabilmente raggiungendo sono in realtà io stessa. Ho investito qualcosa di speciale su questa faccia, ho proiettato un mondo intero su di essa, io scelgo di andare fuori di testa per quest’uomo. Lui è un contenitore per me. Volerlo è sentire un desiderio, un sentirsi trasgressiva e ribelle e sexy. Eppure io l’ho inventato».
Desiderare in maniera femminista è essere Pigmalione che plasma Galatea, e mi perdonerete se uso l’immagine di un uomo che modella una donna nella creta e la scolpisce nel marmo, maschilista e ridicola quanto Dio che plasma Eva da una costola di Adamo; è usare la testa, le mani, gli occhi, la bocca, le orecchie, la pancia, i genitali per scolpire e modellare e plasmare finché a un certo punto la statua non diventa persona, e se anche rimanesse statua, andrebbe bene lo stesso.
È avere uno specifico controllo della propria fantasia, ma anche sapere che la nostalgia dell’irrealizzabilità della fantasia stessa è il suo nucleo pulsante, la ferita sul palato che si continua a stuzzicare con la punta della lingua. È essere travoltə dalla potenza e bellezza del corpo altrui, consapevoli che noi stessə ne possediamo uno, e dalla solitudine che deriva da questa realizzazione, dall’impossibilità sia di fusione con l’altrə che di replica dell’altrə – il famoso meme do I wanna be them or do I wanna be with them?
Quando scelgo di volere, di parlare di desiderio, o di struggermi per esso, o di immaginare orizzonti lontani e impraticabili – che siano squisitamente vanilla e romantici o filthy, completamente depravati, a partire da un dettaglio, da una sensazione, da un’immagine, da un singolo istante – sto allenando la facoltà di possibilità che è stata instancabilmente soffocata in me in quanto genere oppresso, all’interno di un sistema strutturato appositamente per far sì che io non voglia mai, che la mia voglia non sia prensile, malleabile e onnipotente, e, se proprio devo, che io chieda il meno possibile, il minimo sindacale.
Quando articolo il mio desiderio, quando immagino mondi possibili in cui sono la dominatrice, la troia, la principessa, la santa, la moglie, il marito, l’uomo, l’alieno, il robot, l’animale, la pianta, l’oggetto – o, semplicemente, dove non sono niente, dove annego nel mio non-esistere, nel mio essere solo capacità creativa e generatrice, possibilità erotica pura, solo sguardo, voyeuristico o meno che sia – sto aprendo una porta per continuare, in maniera infaticabile, a chiedere perché voglio, voglio, voglio.
[1] Laura Marzi, “Bellezza”, Abbecedario della differenza. Omaggio ad Alice Ceresa, Laura Fortini e Alessandra Pigliaru (a cura di), Milano, nottetempo, 2020, p. 55.
Amy Appiani (she/they) è una delle fondatrici dell’Altrosessuale, per cui è felicemente soddisfatta di fare talk e book club dove può liberare il suo essere logorroica. È un’insegnante che si barcamena dove capita ed è laureata in Lingue e letterature e in Linguistica. Il suo unico credo è il transfemminismo anticapitalista – e il k-pop, e gioisce quando può unire i due argomenti.
Immagine di copertina: © Francesca Woodman.



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