Una mia ex coinquilina un giorno mi ha spiattellato un epigramma che ormai è diventato tipo un esercizio di yoga quotidiano: amo, nel 2023 90% estetica 10% necessità. Ho sempre sottovalutato l’estetica personale, lo stile, e questa frase mi piaceva tantissimo anche perché mi coglieva un po’ alla sprovvista. Dopo alcuni mesi nei quali ho riflettuto sulle parole della coinquilina, una mattina sono uscito di casa: prima di andare in dipartimento per una classica giornata di lavoro sono passato in gioielleria, in via Gioberti a Firenze. Ho fatto il buco per l’orecchino in entrambi i lobi. Ora sono un figo pazzesco.
Quella frase mi colpiva proprio perché per me le due parti sono state sempre ribaltate: prima la necessità; l’estetica in secondo piano. Mi ha in qualche modo fatto sentire legittimato a investire sul mio stile, sul mio corpo, sul mio modo di pormi alla vista altrui, cosa che ho sempre pensato come superflua nonostante ne fossi attratto. Però qualcosa non mi tornava – ho capito che quelle proporzioni non sono così pacifiche come possono sembrare. La possibilità di percepirsi anche come corpo estetico, come forma, dipende da molti fattori che si intersecano: la classe, il genere, la provenienza geografica, la cultura famigliare. Io scrivo dalla posizione di maschio della provincia montana italiana del nord, della classe media: per l’educazione che ho avuto e per le variabili che mi hanno socializzato, la possibilità di investire in elementi estetici, e quindi non produttivi, era molto scarsa. I vestiti che mi addobbavano erano quelli di mio fratello grande e di indumenti nuovi, scelti con coscienza da me, non se ne compravano spesso. I vestiti vestono, proteggono dagli agenti esterni, sono funzionali, non estetici. In più costano soldi, e se non ne hai da spendere con serenità allora non li spendi per farti l’armadio figo.
In questo discorso la questione del genere gioca un ruolo importante: secondo la tradizionale visione della mascolinità e della femminilità, la parte di cura di sé, del proprio aspetto, del proprio stile è una prerogativa femminile. Per questo, non appena l’outfit o la posa o l’oggetto che piace al maschio basic eterosessuale cisgender si permettono sbavature di creatività rispetto alla seria monotonia, si viene bollati come froci. L’epigramma della coinquilina si inserisce in una fase della mia vita dove il femminismo ha cominciato a invadere tutta una serie di ragionamenti e di concetti che, nella mia formazione intellettuale, si sono imposti come base metodologica: tendenzialmente, un marxismo alla cazzo di cane, non ortodosso; un approccio materialistico a ogni fenomeno umano.
Che il marxismo diciamo ortodosso abbia sottovalutato la questione di genere è chiaro e assolutamente spiegabile storicizzando. Con l’entrata in gioco del femminismo, il mio metodo critico si è ampliato abbracciando il genere e la centralità delle pratiche individuali, contro una visione puramente passiva del soggetto. Si trasla lo sfruttamento capitalistico verso lo sfruttamento patriarcale, si installa il germe del lavoro riproduttivo sotto le lenzuola dei letti, la forma-famiglia diventa invenzione e strumento di ordinamento ai fini produttivi. Fino a qui, il mio percorso intellettuale è stato tutto un lavoro di accumulo (manco a dirlo), di crescita, di implementazione di teoria critica. Il problema è quando il femminismo modifica le strutture cognitive, sostituisce schemi, squarcia realtà e strania l’identità. E cioè un non-problema.
Qui entra in gioco un ultimo punto di fuoco strutturale: bello guardarsi intorno con occhio critico, descrivere e comprendere la realtà decostruendola, fantastico. Ma tu chi cazzo sei? Cioè, com’è che vedi così le cose? Non credi che per fare analisi sociale ci sia bisogno, in primo luogo, di rendere conto del proprio punto di vista? L’auto-oggettivazione è uno strumento critico pazzesco: incarna senso etico, analitico e precisione scientifica. Però è un’attività estenuante. Bourdieu ci insegna che per rivolgersi all’esterno con consapevolezza e sincerità bisogna sapere da quale punto del campo si sta parlando. bell hooks, in Tutto sull’amore, parla di qualcosa di simile. Non bisogna mai dimenticarsi di essere determinati. Prima di uscire dai miei schemi maschili, sentivo che un ragazzo con gli orecchini fosse un tamarro o un gay, non c’è dubbio. Non c’è dubbio, tuttavia, che anche situarsi in un paese di 1.200 abitanti, crescerci, subire il classismo delle scuole in città, pensare il tempo libero come produttivo a partire dalle pause estive delle scuole medie e altre mille variabili possano aver rimosso domande come: Ma è proprio vero che gli orecchini sono da frocio? Oppure: Ma mi piacciono i maschi? Mi eccita il corpo maschile?
Nella mia compagnia di quegli anni, queste domande avrebbero provocato valanghe di insulti. Non che le altre compagnie avessero un livello diverso: quando facevamo a botte in discoteca, frocio di merda te lo sputavamo in faccia, era il primo modo di farti vedere quanto fossimo forti. Quella volta che un tipo mi aveva detto dove cazzo vuoi andare con quel naso?, la mia risposta è stata gestuale: per ristabilire l’ordine e oppormi all’affronto ho mostrato la mia ragazza dell’epoca, come un trofeo. Sono stato di merda per tre giorni, ma proprio umiliato da quella battuta sul mio naso, aquilino, pronunciato, proprio un cazzo di becco, me lo hanno sempre detto. Non nascondo che essere uomini sia difficile a volte. Ci ho messo tempo a mettere insieme i pezzi: comprendere il tessuto sociale del mio paesino, situato dove è situato, con i centri di incontro che ci sono, con le storie che sono successe, con il modo di vivere che si trascina da sempre. Oggi, in Valle Intelvi, credo che le persone non cis abbiano qualche speranza in più di non essere bullizzate, ma il signore che si mette gli stivali alti quando esce a fare l’aperitivo è ancora il bersaglio dei più.
Autocoscienza si diceva; autoanalisi, sguardo oggettivante rispetto al sé. Un controllo quasi totale, razionalissimo e, manco a dirlo, in qualche modo produttivo.
Ora siamo qui, nell’occhio del ciclone emotivo e intellettuale. Un femminismo marxista, o un marxismo femminista come metodo critico (anche letterario) e di prassi esistenziale, che implica un materialismo spietato, intersezionale e complessissimo; e poi l’istanza di liberazione, di reale appropriazione di me, della mia personalità, della mia storia, del mio corpo, istanza che le ame (sineddoche intima per il femminismo) mi hanno mostrato con una potenza inedita. In questo momento della mia vita, l’occhio del ciclone è l’auto-decostruzione delle strutture maschiliste e patriarcali, insieme a quelle capitalistiche, che mi hanno formato. Smantellare le forme di pensiero e di comportamento prevaricanti per cercare di abitare la società in modo più inclusivo e rispettoso. Riflettere su di sé la decostruzione che si sta agendo sul mondo. Ora ho gli orecchini, e sono un figo pazzesco.
Avendo vissuto per più di tre anni unicamente con persone dotate di vagina e ovaie e socializzate come donne, mi viene fin troppo facile tirare fuori un’altra citazione di un’altra ex coinquilina. Roberta è uno dei miei punti di riferimento riguardo il pensiero femminista e abbiamo avuto molti momenti di dialogo, di letture condivise che mi hanno fatto molto bene. Quando sono tornato a Padova a salutare tutt* qualche mese fa, ho avuto l’occasione di esporle tutti i miei pensieri riguardo la decostruzione e mentre parlavamo mi ha chiesto: ma qual è per te l’identità maschile? Cioè, io che sono un uomo così come sono io, come vedo la mia identità in quanto maschio? Per me questa è stata una domanda di svolta, per ora ancora senza direzione. Mi faccio da tempo le domande che nella mia vecchia compagnia sarebbero state un tabù e sì, posso dire che ci sono corpi maschili che mi piacciono, che mi intrigano. Continuo, nonostante ciò, a sentirmi eterosessuale, a sentirmi attratto dalle donne. Ma il fatto non è nemmeno questo: non è questione di orientamento sessuale, ma proprio di identità di genere. In questo processo, tuttavia, c’è un alto rischio di riproduzione di certe tensioni tipiche del maschile, come il massimalismo: dover essere il maschio più decostruito. Ci si può sentire colpevoli di essere maschi eterosessuali? Ti senti in colpa nel momento in cui non c’è equilibrio tra l’istanza di decostruzione e quella di non performatività. C’è anche il rischio di forzarsi a oltranza pur di assumere un punto di vista altro, e questo è altrettanto performativo e inautentico che il subire le strutture e conformarsi allo standard, ingabbiandosi. Quindi il problema, per me, ora è questo: come vivo la mia identità di genere?
Se dovessi rispondermi stando all’interno del sistema binario costituito, posso dire di vivere la mia identità di genere come negazione. Ed è orribile. Tutto si gioca in funzione di una sottrazione della mascolinità tossica insita in buona parte dei maschi socializzati maschi. Negare le proprie tensioni, negare i propri desideri, negare atteggiamenti. E quindi? Quindi diventa una non-identità di genere, la mia? Io sono Matteo, sono un non-maschio perché ho situato e compreso i miei atteggiamenti patriarcali e sessisti. Continua a non soddisfarmi. Una volta che si decostruisce la mascolinità, cosa si costruisce? Si costruisce la mia personalità pura (per modo di dire, diciamo depurata)? Non è forse che decostruendo la mascolinità si arriva a comprendere che il genere e tutta la sua caratterizzazione sociale sono, appunto, un costrutto? C’è veramente bisogno di dover indicare le mie caratteristiche di genere maschile? Forse no, non ce n’è bisogno, ma lo smarrimento permane: che maschio sono io? Sarebbe più facile essere solo una persona.
Questo è l’occhio del ciclone: uno stadio dove la teoria toglie da sotto i piedi le certezze individuali. Gli ordini di problemi, dunque, sono due. C’è il piano teorico, da una parte e dall’altra c’è l’identità individuale. Il primo piano è risolvibile: il maschio materialista che voglia aggiornare le proprie strutture critiche ortodosse ha molto materiale su cui formarsi e mettersi alla prova. Trockij, Lenin, lo stesso Marx: fa molto comunista citare i padri fondatori, fa molto principio di autorità, ma se le compagne lamentano mancanza di mezzi teorici ed empatici nelle componenti maschili, vuol proprio dire che non bastano i vecchi rivoluzionari per comprendere la complessità sociale odierna.
Per me, la svolta è stata Silvia Federici: la traslazione della teoria marxista del lavoro al lavoro riproduttivo e domestico è un deragliamento che permette di accogliere molta più realtà, e con molta più profondità critica, di quanto non riesca a fare il materialismo ortodosso. È importante comprendere che il capitale porta avanti il suo lavoro di accumulo anche in forme che fuoriescono dal lavoro in senso stretto, e i ruoli di genere rientrano nella divisione del lavoro utile alla riproduzione capitalista. Tenere questa lente critica ben salda sul nostro sguardo ci permette di articolare meglio i fenomeni socioculturali, e ci permette anche di mettere al centro gli individui, e non una ideale categoria di umanità, ovvero solamente l’uomo lavoratore operaio. Ma nella teoria politica di stampo marxista aggiornata al femminismo è stato certamente Federico Zappino, con Comunismo queer (Meltemi, 2019) a rimescolare le carte. Prendiamo il sintagma, marcato, di “modo di produzione”. Per Zappino, se non ho capito male, il modo di produzione della contemporaneità non è il capitalismo, ma l’eterosessualità: è l’ordine eterosessuale a generare e a permettere le forme di subalternità tra generi e la criminalizzazione delle divergenze negli orientamenti sessuali. Non è il capitalismo ad aver generato la gerarchia tra i generi, al contrario, l’eteronormatività ha rafforzato le possibilità del capitalismo fornendo quella netta separazione grazie alla quale il capitale si alimenta. Capite che, in questo modo, il marxismo cambia tutto: al posto dei tre volumi de Il Capitale, tre volumi su Il genere. E gli sforzi intellettivi per rimettere insieme questa grande struttura concettuale (ed esistenziale, ricordiamo) sono complessi e articolati. Però è fattibile, e la complessità del mondo riesce ancora più chiara, più gestibile, più rintracciabile.

Il secondo ordine di problemi è di più difficile gestione e implica molti più sforzi. La decostruzione è un procedimento alienante, bisogna essere in grado di guardarsi da fuori – oggettivarsi, appunto –, e non credere a nulla di ciò che sappiamo in partenza. Se il patriarcato e la mascolinità (e il capitalismo insieme) sono incorporati nelle strutture cognitive, affettive e sociali dell’individuo, saranno proprio i comportamenti, gli atteggiamenti e i pensieri – implicitamente derivanti da quelle strutture – a dover essere oggetto di dubbio e di critica. Tutto questo mette seriamente in difficoltà la sfera emotiva e sociale degli individui, poiché ricalibra ogni modo di situarsi nel mondo. Nessuno dovrebbe essere lasciato da solo in tale situazione.
La decostruzione è un processo che può funzionare solo se ci si ritrova in un ambiente e in una comunità che accetti e si curi di aspettare anche noi, noi che siamo in una fase di ridimensionamento della nostra personalità. Se siamo sbagliati non è del tutto colpa nostra, e la fase che passa dalla coscienza della propria responsabilità sociale al mutamento individuale è un travaglio che necessita di sostegno. Per questo sono importanti i gruppi di autocoscienza, per questo è necessario avere una comunità alla quale affidare anche le proprie ammissioni di colpa, le proprie paure. Anche per non cadere nella trappola, performativa, della decostruzione senza limiti, della colpevolizzazione automatica, dell’autoflagellazione. Io ho provato enormi difficoltà a esprimere i miei disagi nei classici contesti sociali al di fuori della bolla politicizzata, perché chi mi circondava non condivideva con me i dubbi, la critica, la volontà di cambiare. Ho lavorato in ristoranti dove non appena entravo dalla porta per iniziare il turno mi si salutava con un forte “comunista!”, e il sentimento di giudizio, già solo per le mie idee politiche, era un blocco espressivo, senza alcun dubbio. Ma lo stesso gruppo formatosi da matricole al corso di laurea in lettere, a Padova, fatto da maschi, sfociava nell’ultima laurea magistrale del gruppo, dove alle mie richieste di evitare battute sessiste venivo preso in giro: ma smettila, si scherza, sono battute.
Trovare persone, gruppi e comunità dove ci si disarma per affrontare i propri mostri è stato fondamentale, come è stato fondamentale trovarmi in contesti femminili dove mi si puntava il dito contro non per giudicarmi, ma per mostrarmi le storture, e in questo devo ringraziare le mie coinquiline, la comunità di lay0ut e i collettivi che si fondano anche sul rifiuto del patriarcato. Il senso liberatorio di trovarsi in difficoltà è impagabile.
Oltre la crisi, però, la ricostruzione sembra ancora lontana. Il fronte maschile decostruzionista fatica a generare una pars construens che possa essere funzionale, inclusiva e accogliente. Ma se è vero, anche se solo parzialmente, che “quel che rende inefficace tanti percorsi di autocoscienza maschile è che si concentrano sulla decostruzione” come afferma Mahmood Nader in un’intervista uscita su Siamomine, ritengo sia disfunzionale alla ricostruzione maschile la ricerca di modelli a cui adeguarsi, e tantomeno indicherei come modelli personaggi come “Fedez, Harry Styles, Timothée Chalamet, Damiano David, Mahmood e Ghali”, sempre nelle parole di Nader. Non sono le icone del capitalismo pop a dover essere indicate come modello perché anche le icone pop sono da decostruire, da situare, da storicizzare. E una critica materialistica seria non può indicare dei modelli dei quali manca di criticarne le origini, la classe, la carriera, lo status. Decostruire la mascolinità senza includere nel processo la ricostruzione delle condizioni materiali dimostra una parzialità poco utile alla volontà di trasformazione del mondo.
Forse non è un modello di maschio che dobbiamo costruire: sarà piuttosto un modo di relazionarsi l’obiettivo della decostruzione maschile, certamente non per “salvare le donne”, ma per salvare tutt*, per ribaltare le forme di relazione che dominano le strutture sociali. Senza per forza qualcuno che ce lo indichi (farci indicare un modello non è, alla fine, riproduzione di una forma di autorità?) saremo noi nei nostri modi di stare insieme tra individui a indicare una via, a scoprirla, a sentirla.
Matteo Cristiano si è laureato presso l’Università degli Studi di Padova. Attualmente è dottorando presso l’Università degli Studi di Firenze con un progetto dal titolo Avvelenare i pozzi. Forme e idee dell’impegno nella poesia italiana dal 1954 al 1968. Si occupa di poesia del Novecento e contemporanea, conflitto delle poetiche e teoria della letteratura. Fa parte della redazione di Lay0ut Magazine, rivista online e cartacea di ricerca letteraria, critica e visuale, della quale codirige la sezione Discorsi e la rubrica di poesia Presa d’aria. Ha tradotto dal francese, per la casa editrice Alegre, alcuni capitoli de L’enciclopedia dell’autogestione(2024).
Immagine di copertina: © Fabio di Pietrantonio.



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